CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

UN MESSAGGIO DALLA SIBERIA?



La settimana scorsa il signor Paolo Lamìa stava cacciando con alcuni amici nelle campagne intorno a Petrosino, in provincia di Trapani, quando il suo cane si slanciò contro un piccolo trampoliere che si nascondeva nella palude e lo uccise.


Si trattava di una schiribilla, un uccello pacifico e rarissimo in Italia; Lamìa e i suoi amici si misero a osservarlo, e si accorsero che l’uccello aveva legata ad una zampa una specie di fialetta di vetro, fissata con filo di ferro sottile, dentro la quale si scorgeva un piccolo rotolino di carta. La fialetta fu staccata con attenzione, il piccolo rotolo svolto. Conteneva un messaggio che lasciò attoniti e sbalorditi i cacciatori. Lamìa lo prese, se lo mise in tasca e corse dai carabinieri di Porto Empedocle, consegnò scritto e animale spiegando quello che era successo. Il giorno dopo i giornali siciliani riproducevano sotto grandi titoli il testo di quel messaggio trovato legato alla zampa della schiribilla.


Ecco, dunque, trascritto alla lettera, l’appello portato dal piccolo trampoliere. “Tanti messagi ma senza speranza – sono tredici ani che lavoriamo come schiavi nelle miniera dove ce uomini coi occhi a mandola – Qui si muore come cani – Siamo soldati italiani – Chi avrà la fortuna di ucidere cuesta bestia lega il biglietto e annuncia al mondo le barbarie comesse dai rossi. Mamma se non sarai già morta avrei tante cose da dirti. Se non mi avessi chreato sarebbe stato melio – I nostri nomi non potiamo fare altrimenti… – Salutate il medico da Treviso Italia. Siamo nel Polo Artico – Siamo trecento soldati - si spera – Dio salvaci – Salara Friuli Verona Padova Rovigo.”


A questo punto, prima di ogni altra considerazione, conviene riferire tutti gli elementi di cronaca di questa singolarissima vicenda. Come si è detto, Lamìa ha portato cartiglio e volatile ai carabinieri, i quali hanno rimesso a loro volta lo scritto a un laboratorio di esami scientifici, per avere un giudizio sull’età della carta e un’analisi sulla qualità dell’inchiostro. Ovviamente si tenta di stabilire, se è possibile, da quanto tempo il messaggio sia stato vergato.


La schiribilla è un trampoliere caratteristico delle tundre nord europee e nord asiatiche. Quando sopraggiunge l’ottobre e il freddo diviene intenso, emigra verso il sud spingendosi verso l’Albania e la Grecia: in Italia capita con scarsissima frequenza. Non esistono pertanto ostacoli logici a pensare che il volatile possa veramente arrivare dalla Siberia e recare pertanto un autentico messaggio di prigionieri italiani.


A questo punto occorre cominciare a chiedersi quale fondamento di verità possa avere il messaggio di Petrosino, ossia se esso debba essere considerato davvero un angosciato appello di prigionieri o uno scherzo inqualificabile. Il primo elemento che si offre all’indagine è di scetticismo: episodi del genere appaiono troppo “gialli” per essere veri, il nostro non è tempo di messaggi affidati agli uccelli migratori per invocare salvezza; e ancora, appare strano che l’appello sia finito a destinazione con tanta precisione come succede nei film. Infine, anche il testo del messaggio può sembrare un po’ troppo romanzesco: le elezioni sono vicine, e qualcuno potrebbe aver fatto ricorso a spregevoli espedienti del genere.


A sostenere la possibilità che l’appello sia vero, si accumulano invece elementi che impressionano profondamente. Dal nome delle città e dei paesi con cui sono state sostituite le firme, troppo pericolose per chi l’ha scritto nel caso che il volatile fosse stato catturato dai russi, si desume che i trecento soldati prigionieri in Siberia sono tutti veneti: Salara, Friuli, Verona, Padova, Rovigo. Ebbene, il dialetto di cui traspaiono frequenti allocuzioni nel testo è veneto perfetto, difficilmente imitabile, anzi talmente veneto che solo un uomo nato in questa regione potrebbe usare, addirittura classici errori dialettali come “potiamo” per “possiamo”. E’ difficile prefabbricare altrove una composizione così schietta.


Andiamo avanti. Il primo paese citato è Salara. Ebbene, probabilmente, nessuno in Italia tranne i polesani sa che esista una località di tale nome. Salara è un paesino di 2500 abitanti, a una quarantina di chilometri da Rovigo, apparso forse per la prima volta nelle cronache dei giornali ai tempi dell’alluvione del ’51. Dei soldati che dalle sue case sono partiti per la Russia, soltanto due non sono ritornati: si tratta del sergente maggiore Rizzieri de Biagi, fu Angelo, e del soldato Duilio Monesi, fu Silvio. Del primo si ha precisa notizia della morte, che l’autorità militare ha a suo tempo ufficialmente comunicato alla famiglia; il secondo, invece, è sempre stato dato come disperso. Viene fatto di chiedersi chi, se non lui, abbia potuto apporre il nome di Salara al termine di un messaggio del genere; e addirittura di domandarsi se, in base alla priorità di quella firma, non sia stato lui addirittura a scrivere la patetica invocazione. Duilio Monesi non aveva mai dato notizie di sé, ma nessuno aveva d’altro canto potuto dire di averlo visto cadere.


C’è un altro riferimento che colpisce: quei saluti al “medico di Treviso”. Tutti sanno chi sia questo medico: il dottor Enrico Reginato, l’eroico sanitario trevigiano decorato di medaglia d’oro per i suoi sublimi sacrifici e la sua opera missionaria durante la lunghissima prigionia, dalla quale è rientrato soltanto nel 1954. Reginato peregrinò per anni attraverso i campi di concentramento sovietici e fu anche a Vorkuta, nel nord della tundra siberiana, oltre il Circolo Polare Artico. Là egli curò con ogni mezzo a sua disposizione i suoi disgraziati compatrioti, e anche là, come altrove, fu considerato un uomo al quale migliaia di prigionieri dovevano la vita. Forse lassù, in Siberia, qualcuno che ebbe bisogno delle sue cure è vivo e si ricorda di lui: e se magari il nome gli è sfuggito, ha memoria che era di Treviso e lo manda a salutare.

Nessuno vieta inoltre di considerare la facilità con cui i prigionieri possono aver catturato questa e altre schiribille, uccelli che si lasciano prendere senza bisogno di fucili o reti. Non è detto che solo a quella di Porto Empedocle possano aver affidato messaggi: forse altri scritti sono stati legati a decine di uccelli simili, ma solo uno probabilmente è finito in Sicilia, quasi certamente sbattuto da una tempesta.


Il Veneto è una delle regioni d’Italia che ha dato più uomini alla tragica spedizione di Russia. Le divisioni alpine Julia e Tridentina erano state arruolate quasi al completo in queste terre, e anche le divisioni di fanteria erano piene di rodigini, di veronesi, di padovani, di bellunesi. Le associazioni che radunano i familiari dei dispersi calcolano che seimila veneti potrebbero essere ancora vivi in Russia, almeno teoricamente, poiché notizie ufficiali della loro morte non ne sono mai giunte. E le speranze non si sono ancora spente.


E d’altro canto, come escludere che esistano numerose possibilità serie e concrete che il messaggio sia autentico, che venga realmente da tanto lontano, che porti l’estrema invocazione di trecento italiani ancora vivi chi sa dove e chi sa come, nelle tremende miniere del Nord guardate da “uomini coi occhi a mandola”?



Articolo di Silvio Bertoldi da “Oggi” n. 45 del 7/11/1957