CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

Un delitto in sogno

Una mattina la signora Myrtle Hughes si destò di soprassalto con un urlo di terrore. Per quasi dieci minuti la donna, 42 anni, non poté pronunziare parola: tremava. Quando si ricompose, si voltò verso il marito e gli disse: “Hanno ammazzato Doris Harrison”.

Myrtle Hughes e Doris Harrison erano grandi amiche. Entrambe sposate – la seconda assai più giovane della prima, dieci anni di meno – vivevano in uno dei quartieri periferici di Londra. Famiglie modeste, tutte e due, operaio specializzato Harrison, disegnatore industriale Hughes.

Al principio del 1957 Harrison ricevette un’offerta di lavoro in un tranquillo villaggio del Sussex. L’idea di vivere in campagna piaceva a Myrtle, stanca dell’opprimente, spossante atmosfera della metropoli, e la proposta fu accettata. Prima di separarsi le due amiche promisero di scriversi ogni otto giorni. Il desiderio di mantener viva quest’amicizia nella Harrison aveva addirittura qualcosa di angoscioso, d’isterico: era un periodo triste per lei, i suoi rapporti col marito, uomo rustico, talvolta violento, stavano attraversando una fase tempestosa.

Com’era da prevedersi, Myrtle Hughes e Doris Harrison, prese dai loro impegni domestici, non trovarono il tempo per scriversi con la frequenza desiderata, ma riuscirono tuttavia a scambiarsi di tanto in tanto notizie e confidenze. Le cose cambiarono col mese di maggio. La signora Hughes non ricevette più posta dall’amica e quando, inquieta, la cercò per telefono a Londra, le rispose il marito, il quale disse che Doris era partita per una breve vacanza.

Passò un’altra settimana, si giunse alla fine del mese: ed una mattina Myrtle Hughes si svegliò improvvisamente, con un grido agghiacciante, dopo un incubo che l’aveva riempita di terrore.

Più che un sogno era stata una visione. Un’immagine si era improvvisamente formata nel suo cervello immerso nel sonno. Le era apparsa la figura di Doris Harrison ma distesa al suolo, anzi, murata: in un angusto cunicolo, scavato dietro la parete interna di un sottoscala. Sul cranio della morta erano visibili i segni di una brutale violenza, squarci lasciati da uno strumento pesante e tagliente.

La notte successiva l’allucinante visione tornò a inorridire, verso l’alba, Myrtle Hughes: poi, la notte seguente, e da allora sempre. La vita della donna divenne presto un supplizio. Attendeva con angoscia l’ora di coricarsi; giaceva insonne a fianco del marito per quasi tutta la notte e quando, infine, esausta, s’abbandonava al richiamo del sonno l’incubo irrompeva nel suo cervello costringendola a destarsi tremante di paura.

Alla fine di aprile le era stato offerto un ottimo posto in una piccola ditta e lo aveva accettato. Ora, ai primi di giugno, fu costretta a lasciarlo. Mentre curva sui registri della contabilità cercava di risolvere i problemi dell’amministrazione, la visione dell’amica uccisa le tornava continuamente davanti agli occhi. Cercò sollievo in calmanti, consultò vari medici, ma senza alcun risultato.

Si giunse così alla fine di giugno. Una mattina, dopo l’ennesimo incubo, Myrtle disse al marito che intendeva andare a Londra e parlare con la polizia. Egli cercò di dissuaderla: “Non ti prenderanno sul serio”, le disse dolcemente, “se i poliziotti dovessero preoccuparsi dei sogni della gente, non avrebbero più un momento di pace”. La donna si dimostrò decisa: vi era una strana, inquietante coincidenza. Doris Harrison non le aveva scritto da parecchio tempo, se anche fosse andata in vacanza le avrebbe certo spedita una cartolina.

A Scotland Yard fu ascoltata con l’usuale cortesia ma con palese scetticismo. Le dissero che un sogno era un pretesto un po’ esile per fare delle indagini nella casa di Harrison, che non sarebbe stato facile ottenere dal magistrato un mandato di perquisizione: in breve, le dissero che non vi era nulla da fare.

Myrtle Hughes non si perse di coraggio: si recò alla stazione di polizia nella cui giurisdizione era la casa dell’amica e raccontò all’ispettore i suoi incubi e i suoi sospetti. Egli l’ascoltò diligentemente, poi, dopo qualche istante di riflessione, le disse: “Se per trovare la verità lei ha fatto cento chilometri, io posso anche farne cinque”. Si alzò, si mise il berretto e uscì dicendo alla Hughes di attendere il suo ritorno.

L’ispettore non si procurò un mandato di perquisizione, ma andò direttamente da Harrison, lo trovò in fabbrica, gli chiese se fosse disposto a lasciargli dare un’occhiata al suo appartamento. L’operaio esitò, ma poi assentì e, lasciato il lavoro, rientrò a casa seguito dal poliziotto. Le prime indagini non diedero risultato, indi l’ispettore si rammentò delle parole di Myrtle Hughes: “Nel mio incubo vedo sempre il cadavere, murato in un cunicolo dietro la parete interna di un sottoscala”. E là, infatti, il cadavere era. Giaceva, ignudo sotto una rozza coperta di lana, da almeno due mesi.

La settimana scorsa Charles Harrison – un uomo di 36 anni – è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di sua moglie. Egli l’avrebbe uccisa con tre colpi d’ascia al cranio perché innamorato e ansioso di unirsi a un’altra donna.

Myrtle Hughes ha assistito a tutto il processo. Dopo la condanna è uscita dall’aula e ha dichiarato ai giornalisti: “D’ora in poi, forse, dormirò serena”.