CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

Unabomber... d'anteguerra

Nel 1922 il capostazione di Gorizia si vide recapitare un piccolo involto, accuratamente incartato e recante in chiara scrittura il suo nome, sul quale era impressa la dicitura: "Contiene dolci". Il capostazione non attendeva affatto quella spedizione di dolciumi e l'arrivo inaspettato del pacco non mancò di stupirlo: comunque, per curiosità, tirò lo spago che avvolgeva il pacco, attenendosi alle istruzioni stampigliate sulla carta. Seguì una fragorosissima esplosione e il disgraziato capostazione rimase gravemente ferito alle mani e a un occhio. Si pensò che qualche nemico personale del capostazione avesse voluto vendicarsi di lui: e si suppose anche che in una zona come il goriziano, recentemente annessa all'Italia, qualche fanatico avesse ordito l'insidia.

Ma queste ipotesi caddero ben presto perchè una ondata di pacchi esplosivi riprese su scala impressionante, e colpì le persone e le città più diverse. Milano, Torino, Genova, Bologna, Verona, e anche qualche borgata di second'ordine. Non si riusciva a individuare un nesso logico, un elemento comune in tutti questi attentati dinamitardi. Ne furono vittime cittadini di ogni ceto, di diversissima cultura, di posizione sociale e amicizie disparatissime. "Contiene dolci, contiene immagini sacre, contiene giocattoli" erano le scritte apposte solitamente dall'attentatore sui pacchi.

La polizia, ipnotizzata dal timore che si trattasse di gesti politici, e preoccupata solo di non far risultare eccessivamente la sua impotenza dando pubblicità ai gravi episodi, mise tutto a tacere, imbavagliando la stampa (si era nel periodo fascista) con ordini dall'alto.

Nel 1930, dopo che ben 45 plichi esplosivi erano stati spediti in tuta Italia facendo gran numero di feriti ma per fortuna, a causa della loro carica non molto potente, nessun morto, la polizia credette di poter identificare il resonsabile in un torinese, Carlo Quesada, che fu arrestato. Mentre l'innocente Quesada era in prigione, altri undici pacchi furono inviati in diverse città. La polizia si era evidentemente sbagliata: Quesada fu posto in libertà.

Il mistero era senza dubbio tale da far perdere la testa anche al più brillante investigatore. S'è detto della mancanza di un qualsiasi nesso logico che collegasse tra di loro le figure delle vittime. Due soli elementi positivi emersero dall'inchiesta che una falange di funzionari mandati di volta in volta da Roma con l'ordine tassativo di venire a capo dell'enigma avevano condotto in tutti quegli anni. Innanzitutto le due città più bersagliate erano Torino e Verona (in quest'ultima città vennero inviati pacchi dinamitardi al preside e a un bidello del liceo-ginnasio Maffei, nonchè all'assessore ale opere pubbliche cav. Ugo Cremonese); inoltre la provvidenziale prudenza di qualcuno tra i destinatari dei plichi, il quale, anzichè aprirlo, lo aveva portato alla polizia, consentì di stabilire com'erano confrezionate le rudimentali bombe. In una bottiglia vuota di un prodotto per la cura dei capelli veniva compressa della balistite insieme a un certo quantitativo di pallini e rottami di ferro. L'esca era costituita da un fiammifero che, tirando lo spago del pacco, strisciava e si accendeva facendo esplodere il rozzo ma efficace ordigno. Col passare del tempo lo speditore perfezionava la sua tecnica, e infatti il pacco inviato al cav. Cremonese consisteva in un complesso dispositivo a 5 micce. 

Nei pochi casi in cui si poté stabilire la provenienza dei pacchi questi risultarono spediti da località diversissime, e questa traccia non fornì alcun elemento per l'identificazione dell'attentatore.

Mentre durava l'incubo dei pacchi esplosivi, un'altra malvagia, anche se meno sanguinaria, forma di persecuzione bersagliava la sola città di Verona: si trattava di una tempesta di lettere anonime che si abbatteva quasi quotidianamente sulla bella città, colpendo soprattutto le persone più in vista. Trecento lettere anonime, recanti i timbri postali di Ferrara, Firenze, Roma, Napoli, vennero recapitate in un sol giorno. Chi le inviava dimostrava di avere una perfetta conoscenza degli uomini e delle cose. Si trattava di accuse e insinuazioni di adulterio, di commerci loschi, di immoralità. La perfida fantasia dello speditore si rivelò in una singolare forma di lettera anonima, la lettera smarrita. Lo scritto veniva lasciato cadere per strada in un punto scelto oculatamente, in modo che presumibilmente lo trovasse una persona appartenente all'ambiente della vittima designata. Le lettere erano su carta intestata di avvocati e commercialisti (che lo speditore si era evidentemente procurato sottraendola dallo studio di questi ultimi) ed era indirizzata al prefetto o al questore, press'a poco con un testo di questo tenore: "Ho svolto l'inchiesta che mi avete pregato di fare sul conto di X, e debbo dirvi con rammarico che X è moralmente poco raccomandabile... "

Le malvagie lettere apparivano aperte e con timbro postale, come se fossero state recapitate e il destinatario le avesse perdute dopo averle lette. Ma com'era possibile che recassero il timbro se non erano mai giunte all'indirizzo indicato? Lo stratagemma usato dallo speditore (lo si stabilì in seguito) era ingegnosissimo. Egli inviava dapprima gli scritti a se stesso, con l'indirizzo a matita, e, dopo averli ricevuti, lo cancellava sostituendolo con l'indirizzo fittizio a penna.

Nessuno pensò a collegare in qualsiasi modo l'invio dei pacchi e la diffusione di lettere anonime, e l'incredibile verità scaturì casualmente, dall'inchiesta che il cavalier Cremonese, bersagliato in entrambi i modi, affidò a un abile legale. Questi esaminò attentamente il timbro di provenienza di una delle lettere anonime e stabilì che si trattava di una parola di quattro o cinque lettere, di cui erano visibili solo le ultime tre: "...ona". Negli ultimi giorni del 1931 il legale, guidato da un singolare intuito, si recò nell'ufficio postale di Sona, un paesetto che sorge a sud della statale Verona-Brescia, e mostrò la lettera. L'impiegata non ebbe neppure un attimo di esitazione: "Ma quella è la scrittura di M." disse subito.

Mario M., scapolo, ricco proprietario di vaste tenute nei dintorni di Sona, aveva allora 36 anni. Viveva qualche mese in campagna e qualche mese nel suo grazioso appartamento in un quieto e signorile quartiere di Verona. Appassionato cacciatore, il M. frequentava i circoli artistici della città, dove la sua figura dai baffetti biondi era ben conosciuta. Il padre, sindaco di San Giorgio in Salici, era stato un gagliardo amatore tanto da meritarsi il nomignolo di "pavone". Al figlio invece non si conoscevano amicizie femminili.

Il legale esitò alquanto prima di comunicare alla polizia la sua straordinaria scoperta; finalmente, all'alba del 23 gennaio 1932, un brigadiere e due agenti bussarono alla porta dell'appartamento di M. La perquisizione non diede nessun risultato, mentre il M. conservava la pù assoluta calma, fino a quando un agente non volle aprire un mobiletto. 

M. impallidì: "So quel che cercate," disse, "sono stato io, ho voluto vendicare la mia famiglia". Credevano alludesse alle lettere anonime, perchè nessuno pensava in quel momento ai pacchi esplosivi. L'armadietto conteneva invece tutto l'armamentario per la produzione dei plichi. M. era non solo lo speditore delle velenose missive, ma anche il dinamitardo che in dieci anni aveva mandavo in tutta Italia 56 pacchi esplosivi. Altri tre pacchi erano pronti per la spedizione.

Ma perchè l'aveva fatto? A questo tremendo interrogativo più che la polizia avrebbe potuto dare una risposta uno psicanalista. Al M. la natura aveva negato le gioie dell'amore. Di qui un suo sordo ma profondissimo rancore contro l'umanità, un desiderio di far vendetta contro la gente normale, di distruggere le famiglie di chi aveva potuto farsene una. La maggior parte dei pacchi era stata spedita a casaccio: ai nomi di gestori di ristoranti che facevano la loro pubblicità sull'orario ferroviario, ad esempio, oppure spulciando nell'elenco degli intervenuti a una cerimonia o a un banchetto. Se un cognome gli era antipatico spediva seduta stante un ordigno dinamitardo. Il M., che possedeva un'automobile, partiva per lunghe gite portando con sé qualche pacco esplosivo e alcune centinaia di lettere anonime. Sostava in alcune località, imbucava qualche decina di lettere, poi spediva un pacco, indi proseguiva. Allorché, per pigrizia, volle inviare delle lettere anonime da  Sona, dove abitava, questa imprudenza lo perse. Accadeva anche che il pazzoide concepisse un'ira furiosa contro un conoscente per i motivi più futili: ad esempio perchè in una gara di tiro al piccione era stato sconfitto. E allora bersagliava il disgraziato con le sue atroci armi di vendetta.

Il 31 dicembre 1933 si concluse davanti alla Corte d'Assise di Torino il processo contro il dinamitardo. Mario M., questo straordinario criminale, venne condannato a 25 anni di carcere.

 

articolo di Vittorio Moro da "Oggi" 1951