CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

Gli scienziati pazzi del 1953

Anche la scienza, come del resto ogni attività umana, soffre di malattie e di aberrazioni. Hegel, il grande filosofo, si rifiutava di credere all’esistenza di Urano, asserendo che più di sette i pianeti non potevano essere, sette essendo un numero, diceva lui, “bello e magico”. Keplero e Galileo credevano nell’astrologia; Goethe si dilettava a immaginare pazzesche teorie sulla luce e sui colori, il fisico inglese Crookes costruiva bilancine per pesare i fantasmi, il matematico Zoellern, dopo i suoi studi sull’ipergeometria, si era messo in mente di uscire da una stanza ermeticamente chiusa arrampicandosi lungo la fantomatica quarta dimensione.

Si vede dunque che illustri personaggi, uomini dal genio sfolgorante, si sono lasciati attrarre dalla scienza per entrare in un campo che di scientifico ha soltanto il nome.

Si può dunque facilmente immaginare quali misfatti siano stati perpetrati e si perpetrino in nome della scienza da parte di visionari e di esaltati.

Naturalmente sarebbe sciocco seguire tutte le idee deliranti che i pazzi in libertà o meno di tutto il mondo sfornano con bella continuità, ciò che invece interessa è vedere come, in casi fortunati, certe dottrine pseudo-scientifiche riescano ad acquistare una notorietà ed una autorità assolutamente ingiustificata.

Proprio nel 1952 il grande Martin Gardner, lo scienziato americano recentemente scomparso, pubblicò il suo libro In the name of science, dove raccolse i più divertenti e clamorosi casi di follie scientifiche. Naturalmente Gardner parlava particolarmente dell’America, ma bisogna ricordare che anche nel vecchio continente non mancavano, e non mancano, coloro che in nome della scienza lanciano le più strane idee.

Persino la rotondità della terra, che tutti possono vedere quanto l’ombra del nostro globo si proietta sul disco lunare durante le eclissi di luna, ha eccitato ed eccita numerosi individui assolutamente contrari ad  essa.

Esisteva negli Stati Uniti una setta di protestanti con più di 6000 membri che aveva come precetto fondamentale la credenza che la terra fosse una focaccia con il polo nord al centro e il polo sud distribuito lungo tutta la circonferenza. Il capo di tale setta, Wilbur Glenn Voliva, offriva ben 5.000 dollari di premio a chi riuscisse a convincerlo che la terra era proprio rotonda, e pubblicava un periodico di 64 pagine dal titolo Fogli di ricostruzione in cui cercava di ricostruire l’intelletto degli uomini i cui guai derivano tutti dal credere la terra rotonda.

Quanto a Cyrus Reed Teed, altro capo di setta mistico-scientifica, ammetteva sì la rotondità della terra ma affermava che essa è cava, che gli uomini vivono nel suo interno e che perciò il cielo stellato è soltanto una illusione ottica.

Ma il vero re di tutti questi riformatori dei più semplici concetti astronomici era il ben noto dottor Immanuel Velikovsky, di cui nel 1951 parlarono tutti i giornali. Nel suo libro Mondi in collisione, egli affermava tranquillamente che alcune migliaia di anni fa, precisamente ai tempi di Mosè, la terra cessò di ruotare su se stessa, riprendendo poi il suo moto.

Pare che Il Velikovsky fosse nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, cosa che rendeva ancor più sconcertanti le sue affermazioni. Tutti sanno infatti che quando un tram si arresta bruscamente i passeggeri sono spinti per inerzia in direzione del moto del tram che si ferma. Immaginatevi perciò quello che accadde quando si fermò la terra che va tanto più in fretta di un tram.

A parte il fatto che molto probabilmente il nostro pianeta si sarebbe sbriciolato e che l’energia cinetica trasformatasi in calore lo avrebbe arso, si dovrebbe oggi osservare una notevole orientazione est-ovest degli strati geologici proiettati in avanti allorché la terra si fermò. Basterebbe questo semplice esempio per mostrare la perfetta idiozia delle affermazioni del Velikovsky, che infatti era deriso dai veri scienziati.

Tuttavia, per uno di quei curiosi fenomeni di credulità così frequenti nel nostro mondo moderno che si crede tanto smaliziato, il Velikovsky ebbe la fortuna di trovare un editore.

Ma lasciamo il campo cosmico e passiamo ad Alfred William Lawson, rettore dell’università di lawsonomia che si trova a Des Moines nello Iowa. Lawson, secondo il suo stesso giudizio, doveva essere considerato il maggior genio scientifico allora vivente. Un giorno, da ragazzo, soffiando, osservò che la polvere depositata su un tavolo da tempo non pulito volava via. Viceversa, aspirando, la polvere si dirigeva verso la bocca del piccolo Lawson.

Da questa osservazione nacque più tardi la lawsonomia. Questa teoria si basava sul fatto che tutto, nel mondo, è un susseguirsi di pressione e di aspirazione. Ogni cellula vivente è una piccola pompa, ora aspirante ora premente, che fa circolare la vita negli organismi. Perfino la mente umana è preda di simile moto affidato ai menorgi e ai disorgi. I menorgi, come dice il nome, sono gli organizzatori mentali e i disorgi i disorganizzatori. Essi sono minuscoli vermi che vivono nel nostro cervello. I primi sono buoni e i secondi cattivi.

La cosa curiosa era che l’autore di tali teorie riuscisse a trovare ogni anno quattrocento allievi che frequentavano la sua università pagando fior di tasse.

Passando nel campo della biologia, si resta meravigliati dalla fantasia che gli pseudo-scienziati usano nei loro “esperimenti”.

Un chimico tedesco, direttore di un importante reparto per la fabbricazione dei colori sintetici in una grande industria della Renania, fece sapere poco prima che scoppiasse l’ultima guerra, di essere in grado di captare per mezzo di un’antenna di germanio, le forze vitali dell’Universo. Poteva così riprodurre in un vaso di vetro pieno di soluzione salina, dentro la quale pescavano i capi della sua mirabolante antenna, tutte le forme viventi al di fuori della terra. E a sostegno delle sue affermazioni mostrava dei curiosi grumi rossastri visibili al microscopio affermando che si trattava di piccoli marziani.

Quando si arrivano a fabbricare i marziani in casa, non è più lecito meravigliarsi di nulla. Neppure di certi medici di New York che nel febbraio 1953 curavano il cancro con piegamenti delle ginocchia, oppure altre gravi malattie con la lachryma filiae, cioè lacrime di una ragazza che non abbia conosciuto uomini. Come se non bastasse, questa lachryma filiae viene somministrata a dosi di un decilionesimo (ossia di un milionesimo di milionesimo di milionesimo e così per dieci volte). Per ottenere una simile diluizione di prende una goccia di lacrima e la si mischia a mille gocce d’acqua. Da ciò che si ottiene si prende una goccia sola e la si mischia con altre mille gocce d’acqua. E così via.

Sulle cure mediche pazzesche si potrebbe continuare per pagine e pagine, ma il lettore può immaginare da sé sin dove si possa arrivare. Purtroppo, in questo caso, non si trattava soltanto di follie che fanno ridere. Spesso, infatti, creduli pazienti trascuravano le normali medicine per lasciarsi attrarre dai farmaci strani, rimettendoci anche la pelle.

Eppure, vendendo ricette pazzesche, Wilhelm Reich, medico austriaco che fu allievo di Freud trasferitosi negli Stati Uniti, riuscì a costruirsi un ricco laboratorio dove si studiavano le energie chiamate “orgoniche”, misteriose energie vitali. Comunque, più o meno l’orgone dovrebbe essere una specie di ormone dell’energia che permea non solo le cose viventi ma anche le stelle e le galassie.

Verso il 1952, poi, il Reich si mise a studiare intorno al progetto Oranur (sigla che sta per “radiazione orgonomica anti nucleare"). Tale radiazione fantastica avrebbe dovuto permettere, a chi è colpito dalle vere radiazioni della bomba atomica, di non subire nessun danno. Ogni mese il Reich pubblicava un Orgone Energy Bulletin dove informava il mondo dei progressi che stava facendo.

Intanto, distinti signori un po’ indeboliti dall’età, accorrevano da lui a farsi curare nelle sue casse orgoniche. Queste casse, colme non si sa come di orgoni, rimettevano in sesto tutti i malati e riempivano il portafoglio del loro inventore.

(da un articolo di Luigi Confalonieri da "Oggi" del 1953)