CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

IL PROCESSO DELLE POLVERINE


Nelle prime ore del pomeriggio dell’11 febbraio 1949 un’automobile si fermò davanti al cancello del cimitero di Prato e ne discesero il procuratore della repubblica di Firenze e un medico del gabinetto di medicina legale. I due personaggi si diressero subito verso il “colombario” dove, in un posto distinto, era sepolta la salma della signora Dolores Macor in Massai. A quell’ora era già tutto pronto per la riesumazione.

L’operazione fu svolta rapidamente in tutta segretezza, e forse nessuno avrebbe saputo nulla se un giornalista non avesse osservato da lontano la scena.


Due giorni dopo. la mattina del 13 febbraio, il fotografo pratese Massimo Massai tornava a casa, come al solito, per l’ora di colazione quando giunto in prossimità della sua villetta, vide la moglie congestionata in volto che si precipitava verso di lui con un giornale in mano. Il fotografo non capì, in un primo momento, quello che stava succedendo, ma appena aperto il giornale sbarrò gli occhi fissandoli su un titolo a quattro colonne che diceva presso a poco così: Il fotografo Massimo Massai accusato di uxoricidio in seguito alla riesumazione della salma della sua prima moglie. Nel testo del pezzo sensazionale il Massai lesse poi che sua cognata, Carmen Macor, abitante a Milano, aveva presentato un esposto all’autorità giudiziaria nel quale esprimeva il dubbio che la propria sorella, morta due mesi prima a Prato, fosse stata avvelenata dal marito. Da Milano la pratica era passata a Firenze, dove era stato dato l’ordine di riesumare la salma e di procedere all’autopsia.


Fra pochi giorni Massimo Massai dovrà presentarsi davanti ai giudici della Corte d’Assiste di Firenze sotto la grave accusa di avere ucciso la sua prima moglie somministrandole dell’arsenico. Non è la prima volta che i magistrati sono chiamati a giudicare uomini sospettati di avere ucciso la propria moglie per sposare un’altra donna: tuttavia il caso del fotografo Massai si presenta assai più complesso perché ad un certo punto i giudici dovranno domandarsi se il delitto era necessario ai fini che il presunto assassino voleva raggiungere. Dolores Macor giaceva da più di dieci anni in un letto, paralizzata in seguito ad una grave forma luetica, e pare che i medici la considerassero ormai una donna spacciata. Se questo fosse stato vero, perché il Massai avrebbe dovuto sopprimerla, quando, aspettando semplicemente, avrebbe raggiunto lo stesso scopo?


I giornali che dettero per primi la notizia della denuncia presentata dalla signora Carmen Macor, sorella della morta, fecero grossi titoli sulla implacabile accusatrice, ma non pensarono che in realtà la vera accusatrice fosse proprio la morta, Dolores Macor in Massai. Carmen Macor viveva a Milano dove faceva l’infermiera e non aveva che rari rapporti con la propria sorella sposata a Prato.


Il tenente Massai si trovava a Gorizia nel 1918 in convalescenza per una ferita riportata al fronte, quando conobbe le sorelle Macor e s’innamorò di Dolores. Il matrimonio avvenne il 13 ottobre 1923 e da allora i coniugi cominciarono, a Prato, una vita difficile e piena di disgrazie. Dopo qualche anno Dolores cadde ammalata e da quel tempo Carmen non ricevette che notizie sempre peggiori. La paralisi si estendeva e la disgraziata sorella era ormai immobilizzata in un letto. Notizie tristi ma purtroppo attendibili e ormai scontate. Un giorno, però, Carmen cominciò a ricevere lettere assai diversa dal solito. Dolores scriveva frasi sconcertanti di accusa verso il marito, con la fredda rassegnazione di chi sapeva ormai prossima la sua fine.


Le lettere di Dolores Massai costituiscono un vero e proprio testamento di accusa che i giudici custodiscono nel fascicolo del processo. In data 1° dicembre 1948 Dolores scriveva alla sorella: “Sono arrivata a sapere quello che tessevano contro di me. Lui aveva fatto una cosa per farmi stare sempre malata. Mi faceva consumare piano piano come un lumicino e dovevo morire. Ma questa roba non posso mandartela affinché tu possa constatare con i tuoi occhi. Perciò non strappare questo scritto ma serbalo come documento: tutti i mali che ho avuto fino ad oggi sono stati provocati da loro”. Poi le accuse vaghe cominciano a concretarsi in un vero e proprio atto di denuncia: “… se poi succedesse qualcosa tu sai come è andata e denunciali tutti e due. Lui ha rabbia che non sia ancora morta e dice che ci pensa lui a levarmi dal mondo se Dio non mi prende. Tutte le volte che viene in casa mi dice: “Non sei ancora morta?” Erano frasi di una gravità eccezionale. Ma qualche giorno dopo Dolores scriveva ancora di peggio: “Lascio questo mio foglio in caso mi accadesse qualche disgrazia perché la morte sarebbe cagionata da mio marito con l’aiuto della sua amante”.


Massimo Massai aveva conosciuto, tre anni prima della morte di Dolores, la vedova Margherita Targetti ed era noto a tutti, ed anche alla moglie ammalata, che tra i due esisteva una relazione che andava al di là della semplice amicizia. I giudici di questo processo indiziario sono messi in imbarazzo, oltre che dalla complessità della vicenda, anche dalla grafomania dell’imputato e delle persone che lo circondano. Le lettere-testamento di Dolores Massai non sono che una parte del voluminoso incartamento. Massimo Massai ha scritto, mentre era in carcere, un “diario” di un centinaio di pagine. Margherita Targetti ha pubblicato addirittura su di un quotidiano fiorentino la sua vita a puntate come un romanzo d’appendice.

In poche parole, dagli scritti del Massai e della Targetti risulta che le accuse di Dolores erano mosse esclusivamente dalla gelosia: essa sapeva che la sua fine era segnata e voleva vendicarsi coinvolgendo il marito e l’altra donna in un processo per uxoricidio.


Dolore Massai morì la sera del 9 dicembre 1948 e i medici dissero che la sua fine era dovuta ad un attacco di broncopolmonite aggravato dalle condizioni generali in cui si trovava l’ammalata. La prima moglie di Massimo Massai rimase lucida fino alla fine. Alcune amiche che l’assistevano videro ad un certo momento il marito avvicinarsi al letto della morente e quando gli chiesero che cosa aveva detto, il Massai rispose: “Mi ha detto addio, tanti auguri e tanta felicità”.


Poco dopo il fotografo uscì per andare a chiamare un prete, ma quando ritornò la moglie era già spirata. Una testimonianza importante al processo sarà quella delle amiche che assistevano alla veglia funebre di Dolores; una di queste dirà che il fotografo raccolse ad un certo punto alcune scatole di medicinali e le andò a gettare in un fosso vicino alla casa. Un’altra affermerà che il vedovo bruciò nella stufa “qualcosa”. Una parente del fotografo sarà infine chiamata a testimoniare sulle vicende di una misteriosa polverina bianca di cui la morta aveva fatto cenno in una lettera alla sorella, quando scriveva: “… tu te ne intendi, vieni a Prato perché voglio che tu ti sinceri e mi dica cos’è”.


Il mistero della polverina bianca non è stato ancora chiarito, ma si cercherà di chiarirlo al processo: può darsi che sia la chiave di volta di tutta la faccenda. Quando Carmen Macor arrivò a Prato chiamata dal cognato, che per non spaventarla aveva telegrafato semplicemente “Dora gravissima”, trovò la sorella già morta. Carmen si ricordava delle lettere accusatrici di Dolores e veniva con la precisa intenzione di fare delle indagini. Seppe così che un giorno la sorella aveva chiamato al suo letto una cugina e le aveva detto di acquistare per suo conto una certa polverina bianca che vendevano gli zingari. La polverina era stata pagata diecimila lire e Dolores l’aveva sparsa sul letto matrimoniale, al posto del marito, perché diceva che aveva il potere di staccarlo dall’amante e farlo innamorare nuovamente di lei. Era questo, dunque, il mistero della polverina? Carmen Macor rispose a se stessa di no. La sorella, scrivendo “Vieni a vedere e dimmi di che cosa si tratta” accennava evidentemente ad un’altra polverina: forse un medicinale che le era somministrato dal marito.


L’incubo dell’uxoricidio si faceva strada e tutto contribuiva a rafforzarlo: anche una frase detta da un amico di famiglia il quale, presentatosi a fare le condoglianze, lasciò chiaramente intendere che alla morte per broncopolmonite non credeva affatto. Anche la lettera anonima di un tale che denunciava apertamente l’intenzione del Massai di sbarazzarsi di Dolores per sposare Margherita Targetti. Finché un giorno, mentre era a tavola col cognato, Carmen Macor non esitò a dire: “Dolores è morta in un modo strano. Per me si tratta di omicidio”. L’accusa era lanciata, ma tuttavia non interruppe i rapporti, almeno apparentemente cordiali, fra i due cognati. Con un atteggiamento che il Massai giudicò assai strano, Carmen invitò il cognato a recarsi da lei a Milano per distrarsi dal recente dolore ed ebbe per lui parole che non avrebbe usato se avesse avuto in animo di denunciarlo per un delitto. I giudici della Corte d’Assise di Firenze dovranno, a questo punto del processo, riflettere attentamente su quello che scrive il fotografo pratese nel suo memoriale, quando dice: “E’ strano il comportamento di questa signora la quale, dopo aver tenuto con me un modo carezzevole e insinuante, soltanto dopo il mio rifiuto di recarmi presso di lei a Milano dimostrò di ritenermi un bieco assassino e presentò la denuncia. Prima no. Anzi palesò vivissimo il desiderio di avermi con sè. Perché tutto questo?”


Massimo Massai, infatti, non andò a Milano e la mattina del 15 gennaio 1949 celebrò il suo matrimonio con Margherita Targetti nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze, lontano dagli sguardi e dai commenti indiscreti degli amici e dei vicini di Prato. Dodici giorni dopo, e cioè il 27 gennaio, Carmen Macor presentava il suo esposto all’autorità giudiziaria chiedendo che fosse effettuata a proprie spese la riesumazione della salma di sua sorella Dolores.


Le indagini e gli esami necroscopici che seguirono portarono alla stesura di due perizie tossicologiche. Secondo la prima (quella dell’accusa) nei visceri della defunta Dolores sono stati trovati quattro grammi di arsenico. Secondo la controperizia della difesa la quantità di arsenico sarebbe soltanto di 0,27 centigrammi. A questo si deve aggiungere che alcuni dei medicinali somministrati alla malata per la grave forma luetica erano a base arsenicate.


Il punto, tuttavia, sul quale si dovrà concentrare l’attenzione dei giudici sarà la frase in cui Dolores Massai afferma che suo marito aveva fatto una cosa per farla morire. Di che si trattava? La moribonda parlava di un veleno o di un sortilegio? I giudici non potrebbero condannare un uomo per aver usato ai danni di sua moglie un innocente amuleto, come sarebbero costretti a infliggergli una pena severa se le avesse propinato dell’arsenico. Questo è il dubbio in cui ha lasciato i giudici il tremendo testamento di una donna che è morta senza voler dire di più.

 

 

Articolo di Giorgio Gigli da “Oggi” nr. 51 del 21 dicembre 1950