CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

SONO STATO IO!
la strana morte di Paola Del Bono

Quando, la mattina del 13 marzo 1959, una ragazza che andava al lavoro trovò in una roggia nei pressi dell’Idroscalo di Milano il corpo seminudo di una giovane donna, non poteva certo immaginare di aver dato l’avvio ad una delle storie più strane e misteriose della cronaca nera.


La ragazza fu portata all’Istituto di Medicina Legale di Milano, dove l’autopsia non rivelò, in sostanza, niente di particolare: poca acqua nei polmoni, non le avevano sparato, non era morta avvelenata… aveva ricevuto uno o più colpi alla testa, insufficienti però ad ucciderla, che presumibilmente l’avevano fatta cadere nella roggia: l’acqua gelida e la tubercolosi di cui soffriva ad uno stadio piuttosto avanzato dovevano aver causato la morte per ipotermia, oppure un lento annegamento.

Ma chi era stato a farla cadere, e perché si trovava proprio lì?


Identificarla non fu difficile: si trattava di Paola Del Bono, una prostituta di 29 anni, piccola, bruna e piacente, che dopo una vita difficile e movimentata aveva trovato una certa tranquillità in Michele Salerno, un rappresentante di medicinali con cui conviveva da qualche mese in un appartamento del quartiere di Porta Romana. E’ vero che lui la portava tutte le sere a battere in Viale Majno, ma si trattava comunque di un gentiluomo rispetto agli altri che l’avevano sfruttata in passato, uno dei quali sei anni prima le aveva dato una figlia che viveva in collegio.

L’uomo fu arrestato, interrogato, ma risultò del tutto estraneo alla morte di Paola: aveva un alibi di ferro.


Le compagne di “lavoro” testimoniarono che Paola, quella notte, si era allontanata dalla sua postazione in compagnia di un uomo, o forse due, a bordo di un’auto scura sulla quale la donna era salita senza opporre resistenza, segno questo che si trattava di clienti conosciuti; alcune riferirono di un episodio di qualche giorno prima in cui la poveretta era stata picchiata e derubata da alcuni giovanotti, altre parlarono di una sua rivalità con un’altra prostituta, tale Antonia Lancia, con cui si contendeva lo stesso angolo di marciapiede… niente però di chiaro o definitivo.


Le indagini della polizia non approdavano a niente, e il caso stava già passando dalle prime pagine dei giornali a quelle della cronaca cittadina, quando successe un fatto clamoroso.


Un uomo dall’aspetto rispettabile, agitatissimo, si presentò in Questura nel cuore della notte: dapprima chiese informazioni sul perché il suo passaporto non gli fosse ancora stato rinnovato, gli fu risposto che l’Ufficio Passaporti era chiuso e che tornasse l’indomani mattina. L’uomo se ne andò per tornare poco dopo ancora più sconvolto, chiedere di parlare col funzionario di turno e quindi rendere una sconclusionata confessione. Dapprima si accusò senz’altro di essere lui il colpevole della morte di Paola; quindi si mise a raccontare di una certa lettera ricevuta dal Cardinale Arcivescovo di Milano, cadendo poi in un assoluto mutismo.

Ma chi era quest’uomo?


Si trattava di Roberto Dalla Verde, ingegnere torinese ormai da qualche anno trasferito a Milano dove occupava un posto di responsabilità in una grande azienda; di ottima famiglia, aveva sposato la figlia di uno stimato professionista torinese, aveva avuto due bambini, viveva in un elegante appartamento, frequentava ambienti irreprensibili… insomma una persona al di sopra di ogni sospetto.


Invece Roberto nascondeva un segreto per lui inconfessabile: frequentava le prostitute per ottenere da loro prestazioni particolari, causandosi tremendi sensi di colpa che riversava in un diario. Oltre alla vergogna per quella che chiamava malattia, c’era anche il terrore di essere scoperto e perdere così la facciata di rispettabilità che era tutta la sua vita.


Recentemente, al lavoro, una promozione che attendeva da tempo gli era stata negata e lui, subito, aveva pensato di essere stato “scoperto”, chissà come, da parte dei dirigenti della sua azienda: la cosa lo aveva sconvolto, temeva da un giorno all’altro di essere svergognato, additato come indegno.


Dopo quattro giorni nei quali i suoi vaneggiamenti diventarono sempre più folli, tanto che la Questura lo fece ricoverare all’istituto psichiatrico “Paolo Pini”, Dalla Verde si calmò e rese una deposizione che in sostanza ridimensionava le cose.


La sera del 13 marzo, dichiarò, era andato in viale Majno a cercare la Del Bono, che già conosceva, l’aveva fatta salire in auto e si era diretto verso l’Idroscalo. Giunto sul posto, aveva chiesto alla ragazza una particolare prestazione che lei si era rifiutata di dargli tanto che, raccogliendo le sue cose, era fuggita seminuda nella notte e dopo pochi minuti Dalla Verde aveva sentito un tonfo nell’acqua.


Terrorizzato, invece di andare a vedere cosa fosse successo, era fuggito tornandosene a casa come se niente fosse. Nei giorni successivi, leggendo sui giornali della fine di Paola, il rimorso aveva cominciato a crescere dentro di lui fino a convincerlo di esserne il diretto responsabile. Una lettera ricevuta dalla Curia di Milano (un semplice invito ad un convegno) gli era sembrata carica di significati misteriosi, lo aveva fatto sentire perduto; si era quindi recato in Questura per scaricarsi finalmente la coscienza.


Poteva essere andata così? Teoricamente, la donna fuggendo a piedi nel buio avrebbe potuto mettere un piede in fallo, cadere nella roggia e battere la testa contro un tronco d’albero o una pietra, restando tramortita e annegando in pochi minuti, oppure morendo di freddo. Ma era logico che una donna fuggisse mezza nuda, in mezzo alla campagna, senza sapere dove andare? Sarebbe stato più probabile che Paola pretendesse di essere riaccompagnata a Milano, del resto l‘ingegnere non sembrava una persona così minacciosa da terrorizzarla a tal punto.


Purtroppo le altre possibili piste, l’aggressione che Paola aveva subito giorni prima della morte, l’odio da parte della “collega”, non vennero esaminate a fondo: c’era una confessione, per quanto confusa e a tratti contraddittoria.


Il processo a Roberto Dalla Verde si celebrò nel novembre 1961 e si concluse con una condanna a quattro anni per tentata violenza privata; l’appello, un anno dopo, ridusse la pena a due anni e due mesi. Ci fu in seguito un’amnistia, confermata nel 1967 dalla Corte di Cassazione.


L’ingegner Dalla Verde, ormai un uomo libero, si trasferì a Caracas, dove fu stroncato da un infarto nel febbraio 1969 a soli quarantotto anni.


La sorte della sventurata Paola Del Bono è tuttora un mistero.