CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

Lettere da Buenos Ayres

Assunta Ferri ha settant’anni. Piccola, grassa, veste sempre di nero; su una sua sventura qualcuno ha costruito una storia. Hanno cambiato il finale della tragedia che l’aveva sconvolta, le han detto che la sua figliola, la “Nuccia”, non è stata uccisa come tutti credevano, ma vive sposa felice di un ex soldato polacco. Hanno inventato una nuova irreale esistenza per Venusta Calderoni, detta Nuccia, di anni ventitré, sparita senza lasciar tracce nei convulsi giorni che seguirono la Liberazione.

E’ una trama miserabile e intricata. Ha inizio la mattina del 23 maggio 1945. Un autocarro inglese corre sulla statale adriatica, è carico di mogli e figli di fascisti che, dal Nord, tornano alle loro case. Due passeggere, salite ad Ogliano, un paese del vicentino, discutono con gli autisti: vorrebbero tenere con sé le biciclette, nonostante il camion sia gremito. Sono Venusta Calderoni, consorte di Romeo Trombini, milite della guardia nazionale repubblichina, e la quarantenne Ada Montanari, di Sant’Alberto, amante della camicia nera Francesco Ferri, soprannominato “’e curnacc”, il corvo.

Gli autisti non accolgono la richiesta e nei pressi di Ferrara le due donne scendono dopo aver affidato i bagagli a delle amiche che proseguono il viaggio. Al termine del tragitto nessuno si presenta a ritirare i bauli che vengono presi in consegna dai partigiani. Molto tempo passa e di Nuccia Calderoni e della sua compagna non si hanno più notizie; i parenti suppongono che, giunte nei pressi di Ravenna e riconosciute per mogli di fascisti, le disgraziate siano state uccise. Le ricerche non conducono ad alcun risultato: i bauli, restituiti ai familiari, sono intatti, contengono soltanto indumenti e biancheria.

In luglio un primo colpo di scena: un ragazzetto, Franco Sbrani, imparentato col Trombini, assicura di avere incontrato la Venusta in compagnia di una signora anziana. Attraversavano in bicicletta la passerella posta sul canale che, da Ravenna, va a Punta Marina. La Venusta era allegra, dice lo Sbrani, gli avrebbe chiesto, anzi, notizie dei suoi e lo avrebbe incaricato di salutare la madre.

Assunta Ferri gioisce dell’insperata fortuna, ma non comprende perché la figlia non ritorni, o almeno non le scriva.

Trascorrono vari mesi e finalmente, nell’ottobre del 1946, la donna si decide a far inserire su un settimanale popolare la fotografia della scomparsa, con la speranza che ci sia qualcuno, tra i lettori, in grado di darle indicazioni.

Da Porto Recanati le giunge quasi subito una lettera: è firmata da una tale Maria Fossa che da’ come indirizzo le caselle del “fermo posta”. Maria Fossa la informa che la Venusta vive nei pressi della cittadina marchigiana, in compagnia di un polacco, col quale è in procinto di maritarsi. Chiede maggiori particolari di quelli riportati dal periodico e una fotografia, per potere agevolmente completare la sua inchiesta. La Ferri risponde, manda la fotografia e riceve altre due lettere che non rivelano nulla di nuovo. Poi silenzio.

Nell’estate del 1947 altro episodio sensazionale: il dottor Provenzano, impiegato nella segreteria del comune di Ravenna, ha una figlia che vive a Forlì, sposata a un ingegnere polacco. Ogni tanto, con la moglie, va a trovarla, e in casa del genero i signori Provenzano conoscono una signorina che si fa chiamare Marisa Calamai, ma dice di essere, in verità, Clara, l’attrice. “Clara”, spiega, “è un nome d’arte”. Assomiglia moltissimo alla protagonista della Cena delle Beffe: è una bella donna, ha un corpo ben fatto, dimostra dai trenta ai trentacinque anni, è molto elegante e ostenta ricchissimi gioielli. Quando sa che i Provenzano abitano a Ravenna li prega di avvertire Assunta Ferri, che sta alla “Fabbrica Vecchia” a un chilometro e mezzo da Porto Corsini, che sua figlia ha sposato un ex soldato di Anders e sta per imbarcarsi per l’Argentina.

E nel settembre 1948 da Buenos Aires arriva ad Assunta la prima lettera di “Nuccia”, che chiede scusa del lungo silenzio e si giustifica dicendo che le circostanze, fino a quel momento, le hanno impedito di comunicare con la madre. Racconta che è tanto contenta del suo Micegoslaw, che teneramente chiama “Micio”, dice che ha un bimbo e ne aspetta un altro, che le condizioni economiche della famigliola sono buone e che ha dovuto cambiare nome: d’ora in poi bisogna indirizzare a Marisa Clara Mais.

La mamma di “Nuccia” non può fare a meno di notare che la calligrafia di Venusta è piuttosto diversa da quella di una volta, ma le peripezie sopportate dalla sua ragazza lontana possono avere inciso sul carattere, sulle abitudini e perfino sulla forma delle lettere dell’alfabeto. “Nuccia”, infatti, le spiega, in una seconda missiva, che giunta a Ravenna con la Montanari, si mise a trafficare col mercato nero, guadagnò tanto denaro, ma fu vittima di un’aggressione: uno sconosciuto le diede un colpo in testa, così perse i quattrini e la memoria. Soccorsa dall’amica, venne ricoverata in un ospedale; quando ne uscì, conobbe Micegoslaw, e scelse la nuova identità: Maria Clara Mais.

Terza lettera da oltreoceano: dentro la busta c’è una sorpresa. Nientemeno che una fotografia di “Nuccia”. Quanto è cambiata! “Nuccia” stessa dice alla madre: “Dubito che tu possa riconoscermi”.

E’ molto dimagrita, ha adottato una diversa pettinatura “per nascondere le cicatrici prodotte dall’aggressione”. Gli amici, il fratello, il marito scuotono il capo, stentano a ritrovare, in quella immagine, la loro Venusta. La quale, in contrasto con quanto scritto prima, si lamenta della miseria, annuncia la nascita del secondo figlio e chiede, poiché la madre le aveva detto di aver ritirato il baule dai partigiani, che la biancheria le venga spedita laggiù. Assunta Ferri non condivide né i commenti né le perplessità dei congiunti: “Sono certa”, afferma, “sento che si tratta di mia figlia”.

Non la insospettisce neppure un biglietto che “Nuccia” la prega di consegnare a “’e curnacc”, l’amante della Montanari, nel quale si dice che il milite – che la pseudo-Venusta chiama Alberto, mentre la Venusta autentica sapeva benissimo che il nome del repubblichino era Francesco – avrebbe dovuto procurare alla moglie un falso certificato dello stato civile perché anche lei potesse sposare un polacco, mentre è risaputo che i due non erano coniugati.

Perché poi la “Nuccia” non si è mai fatta viva prima con la madre, alla quale era legata da vivo affetto? E perché Ada Montanari non è andata a trovare l’unica figliola, ora sposata, che era la più grande ragione della sua vita? In un primo tempo si disse che la Montanari aveva con sé milioni appartenenti alla cassa del reparto dove era in forza l’amico. Si è stabilito in seguito, con assoluta certezza, che la Montanari aveva in una borsa settantamila lire ed erano le sue. Niente tesoro, quindi.

I giornali si interessano della romanzesca vicenda che ripropone un altro caso del genere Bruneri-Canella. Pubblicano, naturalmente, anche delle fotografie: una signorina scopre che “Nuccia” altri non è che l’indossatrice riprodotta in Mani di Fata del 1° luglio 1946, numero 5, intenta a presentare un modello di “giacca a due colli jacquard”.

Si arriva a stabilire che Maria Fossa e Marisa Clara Mais sono la stessa persona: è la bella Maria Fossa, che si faceva chiamare anche Mariska, e ha uno spiccato accento romano, che vive col polacco Micegoslaw, ha cicatrici in testa prodotte da un’aggressione, ed è emigrata in Argentina. E’ lei che ha venduto, per poco più di un milione, una villa appartenente al marito, un distinto avvocato di Roma, situata a Roseto degli Abruzzi. Maria Fossa, o Marisa Clara Mais, attrice di varietà e comparsa del cinema con lo pseudonimo esotico di Mary Miller, nota al casellario giudiziario come la truffatrice Maria D’Agostino, “Nuccia” nella più recente trasformazione, per imbrogliare un’ingenua contadina, scrive ad Assunta Ferri, temendo forse le conseguenze del gioco vergognoso: “Ti prego di non dare il mio indirizzo a nessuno, e soprattutto non ti fidare di nessuno, nemmeno della camicia che hai addosso”.

Racconta anche che il marito ha trovato un impiego, ora non le serve niente, spedirà anzi denaro e un pacco con zucchero e cioccolata ma, avverte, “occorrerà molto tempo prima che possa giungerti”. Facile previsione, perché il pacco non arriva.

E’ arrivata invece ancora una lettera nella quale, rispondendo alla “madre” che l’aveva avvertita dell’interesse della polizia per la faccenda, “Nuccia”, pure continuando a proclamarsi figlia, la rimprovera di non aver saputo mantenere il segreto, che potrebbe mandarla in prigione anche “per altri precedenti”.

Ma Assunta Ferri vuol coltivare la sua illusione. Guarda la ragazza riprodotta sul cartoncino giunto da Buenos Aires e si commuove per l’affettuosa dedica: Alla mia cara e buona mamma, Nuccia. Non vale dirle che quella non è la Venusta, ma la signorina Sandra Mondaini, figlia del noto umorista, una fotografia della quale deve essere capitata, non si sa come, nelle mani della Maria fossa, alias D’Agostino. Assunta Ferri aspetta sempre che “Nuccia” ritorni.


 

Articolo di Enzo Biagi da “Oggi” nr. 39 del 22/9/1949