CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

L'aereo della morte

Il mattino del 9 settembre 1949, un venerdì, il gioielliere canadese Albert Guay si presenta all'ufficio dell'aeroporto di Quebec e chiede un biglietto di sola andata per Baie Comeau, stipulando subito dopo una polizza di assicurazione sulla vita della moglie, Rita, del valore di diecimila dollari.

Pochi minuti dopo arriva proprio lei, la moglie, una ragazza di ventotto anni molto semplice e piuttosto goffa. Quando viene a sapere che il marito ha acquistato un solo biglietto si irrita: vorrebbe viaggiare con Albert, non le piace volare da sola. Lui la tranquillizza: l'indomani anche lui prenderà l'aereo e passeranno il weekend insieme. La donna gli crede: non può sapere che non ci sono aerei da Quebec per Baie Comeau il sabato.

L'aereo ha già acceso i motori quando arriva al campo un tassì, dal quale scende una donna che porta un pacco da spedire a Baie Comeau, ad un certo signor Larouche. Il pacco viene messo nella stiva e l'aereo decolla.

Sedici minuti dopo l'aereo esplode e precipita in località Sault Au Cochon: tutti i passeggeri e l'equipaggio soccombono. Ai soccorritori i cadaveri appaiono crivellati di schegge: questo fatto fa subito nascere la persuasione che non si tratti di un incidente aviatorio, ma di un attentato.

Nel pomeriggio di quel venerdì 9 settembre Albert Guay arriva sconvolto al campo d'aviazione: chiede: "Sono morti tutti?" e quando gli rispondono di sì cade a sedere su una seggiola scoppiando in singhiozzi. A un poliziotto che cerca di calmarlo grida con gli occhi spiritati: "Andate a fondo, andate a fondo di questa faccenda!" E a un sacerdote che cerca di confortarlo mormora tra le lacrime: "Dio ha voluto provarmi. Sia fatta la sua volontà".

L'inchiesta è rapidissima. Stabilito che l'ordigno è certamente esploso nel bagagliaio, la polizia interroga tutte le persone che il giorno della disgrazia avevano fatto spedizioni sul tragico Dakota della Canadian Pacific. Gli spedizionieri erano tutti gente nota, clienti abituali, conosciuti sulla piazza di Quebec: ignota era soltanto la donna che all'ultimo momento, quando già erano accesi i motori dell'aereo, aveva portato quello strano involto diretto ad una persona che, come dimostrarono le indagini, non esisteva.

Rintracciato l'autista del tassì si può risalire ad una certa Marie Pitre, quarantenne, di professione affittacamere. Quando la polizia giunge a casa sua la donna cerca di suicidarsi ingerendo un tubetto di sonnifero: trasportata all'ospedale viene salvata con una lavanda gastrica e, non appena è in grado di parlare, viene interrogata dal capo della polizia di Quebec e racconta di essere stata incaricata da un vecchio amico, proprio Albert Guay, di portare quel pacco all'aereo, ma spergiura di non sapere affatto che cosa contenesse.

L'indagine è compiuta, la polizia è andata davvero "a fondo" come richiesto: ma sul fondo è comparso proprio il nome del gioielliere Albert Guay, di trentadue anni, una brava ed innocua persona, stimato da tutti. Ma sotto questo aspetto mite si nasconde ben altro.

Il processo svela una triste e miserabile vicenda. Albert Guay, gioielliere ed ex operaio di una fabbrica di munizioni, aveva conosciuto Rita Morel durante la guerra e l'aveva sposata alla fine del '42. La pace coniugale era durata poco: Albert era un donnaiolo, picchiava la moglie, la quale ad un certo punto lo aveva lasciato rifugiandosi presso i genitori, per poi tuttavia tornare a casa.

Nel 1947 Albert aveva conosciuto Marie-Ange Robitaille, una povera ragazza di sedici anni, venuta a Quebec da Montréal, già passata attraverso alcune tristi esperienze sentimentali, e ne aveva fatta la sua amante. Marie-Ange era debole e romantica e il gioielliere dai modi gentili le aveva fatto perdere la testa.

Al processo, Marie-Ange, parlando due ore tra le lacrime, racconta tutte le miserie della sua sciagurata relazione. Albert Guay era un uomo violento e lunatico, capace di picchiarla e di ingiuriarla e, un momento dopo, di abbracciarla e baciarla furiosamente: un giorno lei aveva deciso di lasciarlo, tornandosene a Montréal, ma quando lui era venuto a saperlo l'aveva raggiunta sul treno, obbligata a scendere puntandole contro una pistola, poi l'aveva portata in una pensione e, per impedirle di fuggire, le aveva sottratto calze e scarpe passando poi la notte su una poltrona, avvolto nel cappotto di lei.

Ormai Marie-Ange non lo ama più ma non trova il coraggio di lasciarlo: "Ogni tanto",  dice, "giurava che mi avrebbe sposato quando fosse riuscito a separarsi dalla moglie. Ma non c'erano motivi per una separazione e la cosa andava per le lunghe".

Il piano di Albert Guay è chiaro: togliendo di mezzo la moglie, Guay può raggiungere due obiettivi in una volta sola: sposare l'amante e tenere a bada i creditori con i soldi dell'assicurazione. Il fatto che poi, oltre alla moglie, per dare a lui un po' di libertà e diecimila dollari, fossero morte ventidue persone, non sembra preoccuparlo più di tanto.

Bastano diciassette minuti di camera di consiglio, martedì 14 marzo 1950, per condannarlo all'impiccagione.