CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

Chi ha ucciso la bella Elvira?

Il maresciallo Kesselring, nell’agosto del ’44, pose il suo quartier generale a Toiano, frazione di Palaia, a ottanta chilometri da Firenze, che era stata appena sgomberata. Ci rimase poco perché le artiglierie del generale Clark lo individuarono e con un fuoco infernale che proveniva dai colli di Pontedera, lo costrinsero a sloggiare in tutta fretta. Il ricordo di quella notte fu per la gente di Toiano un argomento che occupò le veglie che si facevano nelle stalle, fino al giorno, precisamente il 5 giugno del ’47, in cui Elvira Orlandini, la “bella Elvira” venne trovata morta, con la gola squarciata, ai limiti di un bosco. Il mistero che avvolgeva questo delitto si propagò rapidamente da Toiano a tutta la zona limitrofa, e l’interesse, tramutatosi in curiosità morbosa, divenne passione che condusse poi a eccessi strani e apparentemente inspiegabili.


Elvira Orlandini, quando fu uccisa, aveva ventidue anni e la sua bellezza era quella conferitale dalla sua stessa età; in un paese un po’ più grande di Toiano che conta, tutto sommato, duecento abitanti, probabilmente nessuno si sarebbe accorto di lei, ma qui era considerata la bellezza, l’orgoglio del villaggio, qualche cosa di simile all’Amina della Sonnambula belliniana. I suoi genitori facevano i contadini, il padre possedeva un piccolo pezzo di terra ma la famiglia era grande e pesante: oltre a lei c’erano altre tre sorelle e l’Elvira, per aiutare la famiglia, era stata mandata a servizio a Pontedera dove però era rimasta soltanto sei mesi. Non poteva fare a meno dell’aria di Toiano, che è uno dei paesi più aridi e primitivi d’Italia, dove l’acqua bisogna andarla a prendere alla fonte con i secchi e con le brocche a un chilometro di distanza, senza la luce elettrica e con un solo negozio dove si vende tutto, dal cacao ai giornali. Ma alla domenica l’Elvira andava sempre a ballare a Palaia e aveva sempre più di un ballo impegnato; era molto corteggiata e la vanità di questa preferenza che aveva sulle compagne la ripagava di tutta una settimana passata in campagna e alla carbonaia del cognato che si trovava giù, in fondo al bosco.


Per capire quello che è avvenuto a Toiano occorrerebbe avere davanti una cartina con il tracciato del luogo: allora si vedrebbe come appena fuori dal piccolo gruppo di case che ne costituiscono il centro, le distanze tra le varie abitazioni siano grandi, le strade d’accesso affidate a scorciatoie e sentieri e questo spiega molte cose, presupponendo un genere di vita più lento del consueto, sovente interrotto, incline a favorire il formarsi di amicizie di gruppi secondo il capriccio della disposizione topografica.


Il 5 giugno del ’47 era il giorno del Corpus Domini e nel pomeriggio c’erano il ballo e la processione. Elvira, verso le due pomeridiane, aveva rigovernato e poi era uscita di casa con la brocca dell’acqua, per recarsi alla fontana più vicina che dista mezzo chilometro, mentre sua madre si occupava dei pulcini, il padre dei buoi e le sorelle erano andate a dormire con i loro mariti. Elvira era vestita a festa, con una gonna scura e una camicetta di maglia a righe verdi, rosse e blu, molto stretta e aderente, che quella mattina aveva fatto voltare la testa a tutti i giovanotti che si trovavano alla messa. Prima di allontanarsi l’avevano udita chiedere a un’amica, la cui abitazione era situata poco lontano dalla sua, se sarebbe andata con lei a prendere acqua alla fontana e l’amica aveva risposto di no, che non le occorreva. Elvira si era avviata sola: erano passate due ore, forse meno, e questo è uno dei tanti punti controversi dell’inchiesta. Poi sua madre, la vecchia Rosaria, aveva incominciato a impensierirsi, senza che avesse una ragione precisa; in seguito dirà di aver avuto una specie di presentimento. E si era messa anche lei sulla strada che conduce alla fonte e a chi incontrava, chiedeva: “Avete veduto la mi’ figliola?” E siccome la strada era fiancheggiata da un bosco fitto fitto, una specie di giungla impenetrabile, mamma Rosaria lo guardava impensierita. Sua figlia era fidanzata a Ugo Ancillotti, un reduce dalla Germania che era stato amico d’infanzia della ragazza e faceva adesso il contadino. Avrebbero dovuto sposare alla fine della trebbiatura, di lì a pochi giorni, e Rosaria aveva avuto negli ultimi tempi il sospetto che l’Ancillotti non avesse saputo, come dire, frenare l’impazienza di quelle nozze pur così vicine e che sua figlia non lo avesse voluto, come si dice a Toiano, “mortificare”.


Sul limitare del bosco, a trecento passi da casa, lo sguardo di Rosaria era caduto su una chiazza che a prima vista le parve fosse di sangue. Rosaria si era fermata e aveva compiuto un gesto strano, che dovrà restare anche questo uno degli scogli contro i quali si verranno a urtare le indagini. Aveva coperto la pozza di sangue con un po’ di strame, come se la volesse nascondere agli occhi di chi passava, era tornata indietro, e svegliati i suoi familiari, aveva detto che l’Elvira ormai da due ore non si faceva vedere, che lei era inquieta e che bisognava pertanto andarla a cercare. Si erano avviati col marito e il cognato Giovanni, e giunti sul luogo lo sguardo degli uomini era stato attratto, non più dalla pozza di sangue adesso ricoperta, ma da una “strusciata” per terra, come di chi fosse stato trascinato con violenza e contro la propria volontà. La traccia si arrestava ai margini del bosco. Quando la videro, il padre e il cognato di Elvira si addentrarono in una specie di viottolo formato da un canale di scolo delle acque: sembrava del resto che quell’intrico di rami fosse stato sfondato di fresco da qualcuno che portasse con sé un pesante fardello. Fatti pochi passi, rovesciata per terra c’era la brocca dell’acqua e le due ciabatte di Elvira messe lì accanto, una sopra all’altra, ma per trovare il suo cadavere bisognò scendere di una trentina di metri, là dove il passaggio era reso difficile dalla vegetazione sempre più fitta. La ragazza giaceva su un fianco, con la gola squarciata: si vedeva bene che era morta, ma suo padre la prese ugualmente sulle braccia e la riportò su faticosamente per una ventina di metri. Qui s’incontrò con due giovani del paese che passavano nel momento in cui egli l’aveva trovata e si era messo a gridare. Uno di questi giovani era stato carabiniera e poiché la ragazza era morta, gli disse di lasciarla dov’era, che la vittima non si poteva rimuovere finché non fosse arrivato il pretore.


Era suonato da poco il secondo tocco del vespro, erano passate da poco le cinque, in paese la processione passava tra le case e la gente schierata lungo i muri gettava dei fiori in mezzo alla strada. La notizia si propagò rapidamente e il fidanzato lo seppe così, mentre stava per inginocchiarsi al passaggio della Madonna. “Ugo”, gli dissero, “lo sai che è accaduto?”. “So niente”, rispose. “Hanno trovato l’Elvira con la gola tagliata”. Ugo Ancillotti aveva la bicicletta, disse soltanto: “Ma come, ma come?” e poi filò via come se avesse avuto il diavolo alle calcagna.


Il luogo dove Elvira era stata trovata si chiamava “Botro della lupa”, mentre la località era soprannominata “le purghe”, con intenzione ironica data l’assenza a Toiano di luoghi di decenza, cui il bosco suppliva per lungo tratto. Frattanto sulla strada la gente si raduna e raggiunge il bosco, e la processione finisce alla chetichella, senza spettatori; anche il vecchio prete si affretta a condurre la Madonna in chiesa e ad andare a benedire la salma.


A Palaia c’è un maresciallo dei carabinieri che è lì da dieci anni, grasso, un po’ pesante, e verso le sei arriva grondante di sudore in bicicletta. Telefona a Pontedera, redige il verbale dell’accaduto, lascia un carabiniere di piantone e va a letto. Ma c’è chi pensa che egli sia troppo grasso, troppo poco allenato per affrontare un delitto, e da Pontedera giunge il maresciallo Leonardi, che dal giorno dopo, 10 giugno, assume la direzione dell’inchiesta. Per lui la cosa è subito chiara: Ugo Ancillotti è l’assassino della fidanzata. Le prove? Anzitutto le macchioline di sangue – sangue umano – trovate sui suoi pantaloni della domenica, poi l’alibi, che non convince. Ugo ha detto che dalle due e mezzo alle cinque del pomeriggio è rimasto a dormire. Ha saputo che l’Elvira è stata uccisa per caso, in paese, come del resto era noto. Ma chi poteva veramente provare che in quell’intervallo il ragazzo si trovasse a casa sue? I genitori di Ugo, ma era una testimonianza evidentemente senza valore.


Per raccogliere tutti questi elementi contro di lui, il maresciallo Leonardi impiegò soltanto quattro giorni. Le sue indagini si estesero ai precedenti del delitto, ai rapporti tra Ugo ed Elvira, al modo come Elvira aveva trascorso la mattina del Corpus Domini. A messa l’avevano veduta scherzare col fidanzato, entrambi sembravano allegri, e anzi Ugo le aveva offerto alla drogheria dei biscotti all’anice. Ma in due anni di fidanzamento gli screzi erano stati molti. Due volte Ugo ed Elvira si erano restituiti i regali. Anche di recente, a Pontedera, avevano litigato. Ugo non aveva potuto comperare la fede in oro perché il denaro non gli bastava; dovette accontentarsi di comperarla in argento placcato, e siccome Elvira faceva il broncio, Ugo le aveva detto: “Per una ragazza come te è anche troppo questa”. Al momento del fermo gli era stato chiesto se fosse a conoscenza che nel pomeriggio del giorno cinque Elvira avrebbe dovuto recarsi alla fontana, Ugo aveva risposto di no. E invece c’era una vicina, Iva Pucci, quella stessa cui Elvira si era rivolta per essere accompagnata alla fonte, che affermava il contrario. Di ritorno dalla messa Ugo aveva accompagnato la fidanzata a casa sua, e Iva aveva udito il giovane chiedere a Elvira: “Vai alla fonte stasera?” e per la gente di questi paesi stasera significa tutte le ore, dall’una in poi.


Così il maresciallo Leonardi si ebbe delle congratulazioni e l’Ancillotti fu rinviato a giudizio.


Questa è la storia del delitto di Toiano, raccontata così per sommi capi, come si presentava all’indomani dell’inchiesta. Una storia, si sarebbe detto, di una banalità deprimente; il modo con cui era stato concepito il delitto appariva ingenuo e brutale, e i personaggi del dramma, la vittima, lo stesso imputato, erano gente più che mediocre.


Invece, forse appunto per questa eccessiva semplicità, l’interesse per il delitto del bosco si fece vivo proprio da quel momento. Il maresciallo Leonardi, dovendo trovare un movente, aveva scelto la gelosia, e aveva alluso a una forma morbosa, a un complesso e oscuro bisogno che aveva spinto il giovane a vendicarsi di qualche offesa patita. Ma questa ipotesi urtava contro l’idea che in paese si aveva di Ugo, che era un ragazzo piuttosto tranquillo (soprannominato, chi sa perché, il coo, il cuoco), geloso sì, ma senza tante complicazioni. E nell’unica osteria di Toiano, quando lasciavano in pace Bartali e Coppi, si ragionava così: se Ugo era geloso di Elvira e ne era quindi innamorato non gli restava che sposarla, se non gli piaceva più, era sempre a tempo a mandare a monte il matrimonio. Che bisogno aveva di ucciderla?


A Toiano insomma erano tutti per lui, e gli argomenti fondamentali per dimostrare la sua innocenza erano cinque: primo, le impronte che partivano dal punto dove era stato trovato il cadavere di Elvira non corrispondevano affatto a quelle di Ugo. Erano di un piede più piccolo. Secondo, cronometro alla mano, era difficile che Ugo, lasciata la fidanzata alle tredici, potesse in meno di un’ora arrivare a casa, mostrarsi ai vicini, far colazione, e raggiungerla sul luogo del delitto (e questo fu pienamente confermato nell’ultimo sopralluogo fatto dai giudici). Terzo, dicevano, l’amica dell’Elvira, quella che crede di aver sentito chiedere se la ragazza sarebbe andata alla fonte, era un tipino isterico e non c’era da farne caso; parlava così perché era zitella e una volta s’era messa in mente che Ugo le avesse sollevato le sottane, mentre lui non ci pensava neppure. Il quarto argomento era quello cosiddetto “degli zoccoletti” o della “strusciata”. Se si guarda ai primi, si può pensare che l’Elvira li avesse disposti lei stessa così, ai piedi di un cespuglio, il che dovrebbe far supporre che ella abbia seguito il suo assassino all’interno del bosco volontariamente, perché lo conosceva ed anzi era in intimità. E questa era naturalmente l’ipotesi del maresciallo. Ma come si spiegava allora la “strusciata” sulla strada e proprio in quel punto, la quale faceva piuttosto pensare che l’Elvira fosse stata introdotta nel bosco con la forza?


Del quinto argomento parlavano a bassa voce, con frasi allusive e guardandosi intorno. Si trattava degli Orlandini. I paesani rappresentavano la ragazza come se fosse stata un po’ la vittima, la bestia da soma della famiglia. Non le volevano bene: infatti quando accadde la disgrazia nessuno manifestò desiderio di vendetta, sembrava non avessero altro in mente che vedere la cosa dimenticata. Anche le loro deposizioni prima in istruttoria, poi al processo, erano sempre state straordinariamente caute. Più di una volta, e specialmente la madre, caddero in contraddizione. Pochi mesi prima del delitto, Ugo aveva ricevuto una lettera anonima. Lo si sconsigliava di sposare Elvira, definita “una servaccia”, e si facevano insinuazioni sul preteso “aiuto” che la ragazza avrebbe prestato alla carbonaia del cognato Luigi Giubbolini.


In occasione del primo processo (svoltosi in marzo-aprile a Pisa e poi rinviato in seguito ad incidenti per legittima suspicione) si ebbe un sopralluogo a Toiano. La presenza dell’imputato attirò qualche migliaio di persone: Ugo, per nascondere le manette, ci aveva messo sopra l’impermeabile. “Ugo è innocente”, “Vogliamo giustizia”, così avevano salutato il suo passaggio. Una scritta, sopra un prato, era composta di margherite. Tuttavia egli non assisté al secondo sopralluogo, in occasione del secondo processo svoltosi alle Assise di Firenze nel luglio ’49. Sulla piazza di Toiano c’era un manifesto del sindaco, che sembrava una “grida” forse anche perché era scritto a mano. Erano proibite manifestazioni pro e contro l’imputato, la sua famiglia, i di lui parenti ecc. ecc. e pro e contro, infine, la corte tutta. La piazza era ingombra di macchine, di gente assetata e sudata in mezzo alla polvere. Sembrava di essere al giro d’Italia.


Sessanta carabinieri, un’intera compagnia, bloccarono tutte le strade adiacenti alla zona del sopralluogo. Qualcuno, riuscito a passare, disse che a Toiano serbavano rancore al presidente per il fatto della chiromante; sembra infatti che il cognato di Elvira, il Giubbolini, fosse stato da una chiromante di Pontedera e le avesse chiesto di mettere in giro qualche voce intorno all’Ancillotti. La chiromante voleva essere ascoltata in udienza per deporre su questa circostanza, ma il presidente non l’aveva ammessa.


Si vendicavano, perciò, quelli di Toiano, a prenderlo in giro perché il magistrato portava la lobbia e perché era ruzzolato due volte sulla ripidissima scorciatoia che menava da casa Ancillotti alle Purghe, quella stessa che, secondo l’accusa, Ugo avrebbe dovuto compiere in meno di trenta minuti.


Il ventun luglio 1949 Ugo Ancillotti fu assolto dalla Corte d’Assise di Firenze per insufficienza di prove e l’assassinio della bella Elvira rimase, così, impunito.

 

Articolo di Enrico Roda da “Oggi” n. 31 del 28/7/1949