CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

Il terribile suocero

Tutta la Francia nel 1958 si appassionò alla tremenda storia della vendetta di Boris Boricki, il terribile suocero, che con la fredda determinazione degna di un eroe di tragedia greca soppresse il genero ritenendolo colpevole della morte della figlia.

La vicenda ebbe inizio la sera del 19 agosto 1957. Un uomo corpulento, vestito di scuro, con una borsa nera, bussò alla porta di una modesta casa di Annemasse, e alla giovane donna bionda venuta ad aprirgli spiegò che doveva parlare con urgenza a Jean Galland. Disse di chiamarsi Berger e di essere avvocato a Parigi. Veniva per conto di certi suoi clienti di Ginevra, ai quali doveva dare una risposta quella sera stessa. Si trattava di proporre a Galland, carico di debiti, un accomodamento amichevole; l’uomo attese a lungo prima che Galland, che lavorava come garzone di macelleria in un villaggio vicino, rincasasse.

Jean Galland giunse che erano già le dieci. I due uomini si chiusero nella cucina a confabulare sottovoce e la signora Yvonne Galland, frattanto, stanca di aspettare, andò a coricarsi. Stava per prendere sonno, quando il marito entrò nella stanza per cambiarsi d’abito e, presi da un cassetto 15 mila franchi, le annunciò che doveva recarsi subito a Ginevra a vedere degli amici.
Uscendo di casa con l’abito della festa, il garzone di macelleria Jean Galland non sospettava di andare verso una terribile morte. Dopo un mese di ricerche il suo cadavere fu rinvenuto, il 2 settembre, in territorio svizzero, nel giardino di una villa a Bellerive, non lontano da Ginevra. La testa era staccata dal tronco. Le mani erano legate dietro la schiena. Era scattata una trappola micidiale, preparata da lungo tempo da un nemico che gli aveva giurato un odio implacabile.

L’assassino di Galland è il terzo atto di un truce dramma familiare iniziatosi il 2 novembre 1955 con una inspiegabile sciagura. Una paurosa esplosione, quel mattino, fece balzare dal letto gli abitanti di Annemasse. Mentre Frida, la prima moglie di Galland, trafficava in cucina, una bombola di gas liquido era saltata in aria ustionandola terribilmente. Le fiamme si erano appiccate alla camicia da notte di nylon che la giovane donna indossava. Trasformata in una torcia umana, la sventurata aveva attraversato di corsa il cortiletto che separava la cucina dal resto dell’abitazione e si era rifugiata nella camera da letto per invocare soccorso dal marito che dormiva.

Il seguito è incredibile: Jean Galland non aveva fatto un gesto per salvarla. Furono dei vicini a porgerle aiuto: la trovarono nel cortile e mentre si affannavano a portarla all’ospedale, Galland, chiusosi a chiave nella stanza, si era rimesso tranquillamente a dormire. Frida Galland doveva morire otto giorni dopo, ma fino a che ebbe conoscenza continuò ad accusare il marito di aver voluto la sua morte.

Il contegno dell’uomo, prima, durante e dopo la sciagura, fu dei più sospetti. Si levò dal letto per far visita alla moglie solo quando un gendarme ve lo costrinse. I suoi suoceri, Sara e Boris Boricki, accorsero al capezzale della figlia da Oyonnax, lontano 70 chilometri, assai prima di lui. Galland tentò di giustificarsi asserendo di essere rincasato la sera precedente ubriaco e di esserlo ancora la mattina.  L’inchiesta permise di appurare che egli prima di coricarsi aveva manomesso la bombola del gas, staccando il tubo di gomma che la collegava ai fornelli: il gas uscito dalla bombola durante la notte aveva formato nell’aria una miscela esplosiva e l’indomani mattina, appena la donna si era avvicinata al fornello con un fiammifero acceso, era esploso. Jean Galland aveva staccato il tubo intenzionalmente o inavvertitamente? L’inchiesta giudiziaria non poté formulare una precisa accusa, lo si poteva solo incolpare di mancata assistenza a persona in pericolo. Ma i Boricki asserirono di essere più che mai convinti che il genero avesse voluto uccidere la loro figlia.

Boris Boricki, ebreo profugo dall’Ucraina, era venuto in Francia nel 1920 e si era arricchito con il commercio di abiti per signora. Frida era la più giovane delle sue quattro figlie, aveva 16 anni quando nel 1948 aveva conosciuto Jean, un garzone di macelleria ventenne, e aveva voluto sposarlo nonostante l’opposizione dei genitori. I Boricki, in seguito, le avevano perdonato la disobbedienza: avevano anzi aiutato il genero comperandogli un negozio di macelleria, che Galland aveva mandato in fallimento, poi un negozio di confezioni femminili, anch’esso fallito; infine un terzo negozio di merceria  che andava così così. Ma l’amore dei due giovani non era durato molto. Galland aveva sfruttato sfacciatamente la situazione del suocero e gli aiuti che costui elargiva generosamente alla figlia gli offrivano il modo di abbandonarsi ad una vita dissipata. Marito e moglie avevano finito con l’essere infedeli l’uno all’altro e i loro rapporti erano diventati molto tesi. Frida aveva intrecciato una relazione con un giovane studente ebreo e quando costui si era trasferito a Tel Aviv gli aveva promesso di raggiungerlo e Jean, benché a sua volta legato a un’altra donna, temeva che in questo caso i vantaggi di cui aveva goduto sino allora sarebbero cessati. Le cose erano a questo punto quando accadde la disgrazia.

Un certo fondamento nei sospetti del Boricki, come si vede, c’era.

Nel marzo 1956, col processo, ebbe inizio il secondo atto del dramma. I Boricki si costituirono parte civile, sperando di ottenere la condanna di Galland per omicidio, ma l’unica pena che i giurati inflissero all’imputato furono due mesi di carcere perché egli aveva tentato di corrompere un testimone. Circa il reato di mancata assistenza a persona in pericolo, il suo difensore puntò decisamente sulla tesi dell’ubriachezza e in mancanza di prove decisive, i giudici concessero il beneficio del dubbio e assolsero Galland da questa imputazione.

Boris Boricki uscì dall’aula giurando vendetta: “Farò io giustizia, in ogni modo”, gridò a Jean Galland, “passeranno degli anni ma il momento verrà”.

Dalla lieve pena scontata in carcere Galland fece ritorno ad Annegasse trasformato, deciso a mettere la testa a posto. Conobbe di lì a poco Yvonne Gorbier, una bella e virtuosa ragazza che poteva esercitare un grande ascendente su di lui e poteva aiutarlo. Galland aveva avuto da Frida un bimbo, Didier: Yvonne avrebbe potuto fargli da mamma. A Oyonnax, dove abitavano i Boricki, la notizia delle seconde nozze di Jean fu accolta come un atroce affronto alla memoria di Frida.

Boris Boricki non perdonava. Doveva vendicare la figlia e l’avrebbe fatto, a qualunque costo. Ed ecco il terzo atto di questo assurdo dramma dell’odio ostinato e implacabile, di un dramma che ha come sinistro protagonista un uomo, ossessionato dall’idea della vendetta, che sacrifica tutto e tutti pur di raggiungere il suo fine. Autoritario, violento, abituato a ottenere tutto col denaro, Boricki non poteva tollerare ostacoli. Si recò a Marsiglia, prese contatto con gente della malavita, offrì un milione di franchi ad un individuo senza scrupoli che intascò il denaro impegnandosi ad uccidere Galland. Una volta ricevuta la somma, però, il bandito pensò di ricattare Boricki e di estorcergli un altro milione minacciando di denunciarlo.
Boricki fu costretto ad abbandonare l’idea di valersi di un sicario, decise di eseguire egli stesso la sua vendetta: aveva un uomo di cui si fidava, Charles Boujon, un ex ufficiale giudiziario, disposto ad attirare Galland in un agguato presentandosi come l’avvocato inviato dai creditori. Boricki sapeva che l’ex genero era assillato tuttora dai debiti e che la prospettiva di un accordo lo avrebbe sedotto; occorreva una casa dove fosse possibile imprigionare e poi sopprimere l’uomo. Prese in affitto, senza badare a spese, mettendo un’inserzione su un giornale svizzero, la villa di Bellerive; ma da solo, il sessantacinquenne Boris Boricki non se la sentiva di affrontare un giovane di 29 anni come Jean Galland, anche se disarmato: aveva bisogno di un complice, di un braccio forte. Scelse il marito di una delle sue figlie, Sam Gudje, un nordafricano, interamente succube dei suoi voleri, un debole incapace di resistergli.

Boricki ormai aveva preparato minuziosamente tutto. Aveva prenotato persino i biglietti sull’aereo per sé e per la moglie Sara, per fuggire a Tel Aviv. Fissò il giorno dell’esecuzione: il 19 agosto. Nel tardo pomeriggio di quel giorno, il messaggero della morte bussò alla porta di Jean Galland.

“Ho condotto Galland, ” ha confessato la settimana scorsa Boujon, il primo dei tre ad essere identificato e arrestato, “sino alla villa, ma ho fatto in modo che vi entrasse da solo. Ho sentito delle voci, poi dei colpi di arma da fuoco, delle urla, e subito dopo l’altoparlante di una radio, spinto al massimo, ha coperto tutto. Ho capito che Galland era stato ucciso, allora ho avuto paura di fare la stessa fine e sono fuggito”.

Una scena degna del più nero romanzo nero: le urla di un uomo che muore soffocate dalla radio.

Boris Boricki, quando venne arrestato, era calmo, sorridente, soddisfatto del suo feroce crimine. Disse solo: “Sara, quando saprà, sarà contenta”.

 

(articolo di Giacomo Maugeri da “Oggi” 1958).