CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

Il delitto di Conchita Andrade

Conchita Andrade, morta nel 1956 all’età di 76 anni a Montevideo, ha confessato nel suo testamento di aver ucciso esattamente cinquant’anni prima, a Bolzano, il suo primo marito, il possidente trentino Arturo Dell’Antonio.


La storia ha dell’inverosimile; essa è legata ad altre due improvvise e drammatiche morti sulle quali, però, nessuno potrà mai più sollevare il velo del mistero. “Ho potuto sfuggire al giudizio terreno, ” ha scritto Conchita poco prima di morire nel suo testamento, “ma ora pagherò il mio delitto davanti ad un giudice ben più alto”.


L’inattesa rivelazione ha suscitato stupore e incredulità così a Trento come a Bolzano, dove qualche superstite, vecchio rappresentante della ricca borghesia altoatesina, vagamente ha ricordato in questi giorni l’episodio che nel lontano settembre del 1906 trasformò una brillante festa notturna in un pietoso dramma.


Il matrimonio del noto possidente di Trento Arturo Dell’Antonio e della bellissima Conchita Andrade fece epoca, perché non era cosa di tutti i giorni che uno del luogo andasse a cercarsi la moglie in America, e meno che mai a Montevideo. Per la verità, Arturo Dell’Antonio non era andato a cercare Conchita fin nell’Uruguay; l’aveva conosciuta cinque anni prima, vale a dire nel 1901, a Innsbruck, dove la giovane, insieme con i genitori, aveva fatto sosta durante un viaggio di piacere in Europa. Se n’era invaghito a prima vista e le aveva chiesto di sposarlo. Conchita aveva rifiutato: non era precisamente l’uomo dei suoi sogni, e tra l’altro non era nemmeno giovanissimo, avendo già compiuto i quarant’anni. Conchita ne aveva ventuno, e la differenza d’età era troppa, avevano cercato di farglielo capire anche i genitori della ragazza, ma inutilmente. Arturo Dell’Antonio non si era dato per vinto. Aveva usato ogni tattica, aveva provato tutte le armi, poi aveva finto di rassegnarsi, e così era riuscito a mantenere almeno l’amicizia con la famiglia Andrade, che si era trattenuta in Europa per alcuni anni e nel 1903 aveva accettato di passare qualche settimana ospite nella sua casa di Trento,


Qui era avvenuto il primo dramma. I genitori di Conchita erano morti improvvisamente per avere mangiato funghi velenosi. La ragazza si era disperata: sola, in un Paese che non era il suo, lontana da ogni parente e amico, aveva trovato nelle premure amorose del suo ospite l’unico conforto. Lasciò trascorrere un anno di lutto e poi, non si sa bene se per disperazione o se con un proposito già ben definito, accettò di sposarlo.


Pare che, raggiunto il suo intento, il marito finisse per rivelare senza più freni il suo carattere: “selvaggio e bestiale”, lo definisce Conchita nel testamento che il suo notaio di Montevideo ha reso ora di pubblico dominio. Durante il breve periodo della loro vita in comune Conchita cominciò a sospettare che il marito fosse responsabile della morte dei suoi genitori. Lo scopo dell’orribile delitto pareva evidente: rimuovere l’ostacolo che lo divideva dal matrimonio con la donna che desiderava. Non poche furono le frasi allusive pronunciate dall’uomo nel corso delle frequenti liti che scoppiavano fra i due. E Conchita decise: avrebbe vendicato la morte dei genitori e, se avesse avuto fortuna, avrebbe contemporaneamente finito di vivere quella vita d’inferno.


Veleno per veleno. Per cominciare se lo procurò presso un compiacente farmacista che per una forte somma le vendette dell’arsenico; poi aspettò l’occasione favorevole. Questa venne pochi mesi dopo, quando il marito le propose di andare con lui a Bolzano per partecipare ad una festa. Era il settembre del 1906; Conchita e Arturo Dell’Antonio scesero all’albergo “Raggio di Luna” in Via Binder.


“All’epoca del delitto”, racconta il proprietario Luigi Meyer, “io avevo ventidue anni ed ero militare in Austria. Qui in albergo c’erano mio padre e mia sorella Fanny. Mio padre è morto da alcuni anni, Fanny ricorda vagamente qualche cosa, ma dice di non aver mai visto Conchita Andrade perché lavorava in cucina. I camerieri non ci sono più”.


Il “Raggio di Luna” era una vecchia locanda, costruita intorno al 1400. I coniugi Dell’Antonio arrivarono in carrozza ed occuparono la stanza nr. 1, pagandola due corone. C’era un solo bagno ogni cinquanta letti e, nelle stanze, non esisteva naturalmente l’acqua corrente.


Quando qualche cliente, dopo il pranzo, chiedeva dove si potesse andare a divertirsi, il vecchio Meyer lo mandava invariabilmente alla vicina Ca’ de’ Bezzi che dal punto di vista architettonico si può considerare un vero e proprio monumento di Bolzano, costruito nel quindicesimo secolo. All’epoca del delitto ne erano proprietari i coniugi Trebo. Herr Trebo aveva un registro nel quale annotava gli avvenimenti più importanti del locale. Questo registro dovrebbe tuttora esistere da qualche parte, e forse potrebbe rischiarare un po’ di più il dramma che è stato rivelato e che ha ancora molti punti oscuri. C’è una ragione particolare per cui gli avvenimenti di quella tragica serata dovrebbero essere stati coscienziosamente annotati nel diario: la sera del delitto si festeggiava il cinquantesimo anniversario della fondazione del locale.


Dove si trova, ora, il famoso registro? Nessuno può dirlo con certezza. Nel 1912 Herr Trebo vendette lo stabile alla famiglia Eisenmeyer, ed Eisenmeyer nel ’38 cercò di venderlo a sua volta ad un tale Endrizzi di Trento. Infine venne acquistato da uno svizzero, Giuseppe Waser, il quale fece ricostruire alcuni ambienti distrutti dalle bombe. La Freggerstube, così chiamata dal pittore Fregger che la decorò, fu spostata dal primo al secondo piano, e fu proprio nella vecchia Freggerstube che Conchita uccise con l’arsenico suo marito.


Oggi Ca’ de’Bezzi appartiene alla signora Giuseppina Thile. Essa narra che il diario nel quale fu descritta la famosa notte di settembre del 1906 sparì quando fra il trentino Endrizzi e il bolzanese Eisenmeyer sorse una lite a proposito della proprietà. Certo è – e Fanny Meyer lo conferma – che la morte di Arturo Dell’Antonio non fece sensazione.

Anche quella sera, come sempre, il vino uscì a fiotti dalle capaci botti conservate nelle cantine, e si può affermare che a una certaora le sole persone sobrie presenti nel locale fossero i padroni e i camerieri. Arturo Dell’Antonio era un bevitore formidabile, ma anche lui finì per cedere agli effetti dell’alcool. Per quanto non lo sembrasse, c’era, però, un’altra persona assolutamente sobria: Conchita. Ella recitò la commedia alla perfezione. Nessuno si accorse di nulla, quando Conchita versò il veleno nel bicchiere del marito. Si sa solo che ad un certo momento l’uomo si abbatté su uno dei tavoli.

Sulle prime nessuno ci fece caso; poco dopo, però, qualcuno notò che Arturo Dell’Antonio non era semplicemente ubriaco. Un medico, che aveva preso parte alla festa, fu chiamato ad esaminarne il cadavere e dichiarò che Arturo era morto per collasso cardiaco: nessuno aveva ragione di sospettare qualche cosa di diverso.


Conchita continuò a recitare, pianse, ingannò tutti nella sua parte di vedovella inconsolabile e addolorata, e il giorno dopo ripartì per Trento.


Era di nuovo sola e finalmente libera, l’accompagnava soltanto l’angoscioso segreto che, senza il pentimento in punto di morte, sarebbe sceso con lei nella tomba. Del medico che redasse il certificato di morte di Dell’Antonio nessuno a Bolzano ricorda il nome: si dice solo che è morto dieci o dodici anni fa. Della dozzina di persone di servizio che all’epoca del delitto erano occupate alla Ca’ de’ Bezzi, oggi non è più viva nessuna. Un certo Melchiorri, che abita a Bolzano in Piazza Walter, dice di conoscere una persona che partecipò nel lontano 1906 alla tragica festa, ma non ne vuole rivelare il nome.


Conchita rimase a Trento il poco tempo necessario per liquidare i considerevoli beni ereditati dal marito ucciso, quindi partì per Montevideo, dove nel 1911 si risposò con un ricco industriale e divenne la signora Conchita Tevenz. La sua nuova vita coniugale trascorse tranquilla e apparentemente serena per quarantacinque anni; il suo secondo marito non si era mai accorto di qualche segreta pena che la tormentasse.

Invece, per tutti i lunghi anni della loro unione, Conchita è sempre stata una vittima del suo terribile rimorso e non ha avuto il coraggio di morire senza confessare la colpa che la opprimeva.



Articolo di Vladimiro Lisiani da “Oggi” nr. 40 del 4/10/1956