CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

I PERSONAGGI DELLO SCANDALO

Articolo di Luigi Cavicchioli da “Oggi” n. 12 del 25 marzo 1954

 

Una folla di personaggi popola ormai la vicenda giudiziaria che, a torto o a ragione, da alcune settimane tiene tutta l’Italia col fiato sospeso. Ogni giorno entrano in scena nuovi protagonisti. L’opinione pubblica è disorientata, non riesce più a seguire la “trama” del dramma. Riteniamo quindi opportuno passare brevemente in rassegna tutti i personaggi che, in un modo o nell’altro, sono entrati nella vicenda, chiarendo la loro posizione attuale, illustrando i loro ultimi atteggiamenti, registrando le loro dichiarazioni, individuando i loro propositi.


PADRE DALL’OLIO

Si è parlato pochissimo di padre Alessandro Dall’Olio, un gesuita di trentotto anni, assai colto e autorevole, che pure ha avuto un ruolo singolare, d’importanza decisiva. Un giorno, verso la metà del novembre scorso, si presentò a lui una ragazza esile e inquieta, che egli non aveva mai visto. Gli disse: “Perdoni, padre, se vengo a importunarla: mi hanno consigliata a Milano, mi hanno detto che lei può comprendermi e illuminarmi”. Quella ragazza era Anna Maria Moneta-Caglio. Raccontò al gesuita la sua triste storia, le sue supposizioni e i suoi sospetti sull’attività di Ugo Montagna, le sue opinioni sul caso Montesi, i suoi ingenui timori di essere uccisa. Il gesuita, per prima cosa, la esortò a salvare la sua anima “con la massima urgenza”, troncando l’illecita relazione con il Montagna, di cui Anna Maria diceva di essere ancora innamorata. Dopo che la ragazza si fu confessata, il padre l’esortò a informare la polizia. “Ma a chi devo rivolgermi, se anche il capo della polizia è amico di Montagna?” domandò la ragazza col solito tono drammatico. Il gesuita pensò che non toccava a lui stabilire se le affermazioni di quella strana ragazza corrispondessero al vero oppure no. Decise di mettere la cosa direttamente nelle mani del ministro dell’interno, che allora era Fanfani. Ci fu, infatti, un colloquio, e il sacerdote riferì obiettivamente al ministro ciò che aveva saputo. Fanfani incaricò il colonnello Pompei di svolgere l’inchiesta.


COLONNELLO POMPEI

Ha cinquantasei anni, è di aspetto bonario e cordiale. Da pochi mesi è al comando della Legione territoriale dei carabinieri di Roma. Egli interrogò due volte la Caglio poi, secondo la prassi, passò l’ordine di svolgere indagini suppletive alla squadra investigativa del gruppo interno della Legione di Roma. Le indagini furono svolte essenzialmente da un maresciallo, il quale poi stese il famoso rapporto che fu firmato dal colonnello Pompei il ventidue febbraio. Questo rapporto doveva avere carattere “riservato e confidenziale”. Perciò dopo aver elencato i precedenti penali di Ugo Montagna (due condanne: una a 60 lire di ammenda per contravvenzione stradale, e l’altra a otto mesi di reclusione per falso in cambiali) il rapporto accoglieva e illustrava ampiamente anche voci non del tutto controllate. Circa il traffico di droghe, il rapporto diceva: “Non è stato possibile raccogliere notizie atte a stabilire se il Montagna, tra le sue molteplici e non ben chiare attività, eserciti anche il traffico degli stupefacenti, epperò non si hanno neppure elementi che possano fare escludere che ai ritrovi di caccia, che di tanto in tanto il Montagna ha organizzato nella tenuta di Capocotta e di Laghetto e alle quali avrebbero pure partecipato persone di alto rango, si siano potuti somministrare stupefacenti…”. Specialmente per quello che riguarda gli stupefacenti, il rapporto del colonnello Pompei appare forse un po’ troppo disinvolto, poiché ha tutta l’aria di avallare in modo autorevole, senza prove di sorta, l’accusa più grave rivolta al Montagna e ai suoi amici.


UGO MONTAGNA

Ugo Montagna, benché nessun procedimento penale sia stato promosso contro di lui, è ora, di fronte all’opinione pubblica, “l’accusato numero uno”. Quasi tutti i giornali, di qualsiasi colore politico, gli dimostrano scarsa simpatia. La questura gli ha ritirato il passaporto. Il ministro delle finanze, Tremelloni, sta conducendo nei suoi confronti una inchiesta fiscale (sembra che egli non abbia denunciato alcun reddito ad eccezione delle settecentomila lire annue di imponibile su cui paga l’imposta di famiglia). Tremelloni avrebbe dichiarato: “Non mi interessa sapere come se la caverà il Montagna con l’autorità giudiziaria, ma dal punto di vista fiscale gli faremo un’accuratissima radioscopia che ci permetterà di scoprire tutto quello che ha ingoiato”. Nonostante ciò, Ugo Montagna non ha perduto l’ottimismo, almeno apparentemente. Continua a frequentare il solito ristorante di lusso, sempre sorridente, sicuro di sé, quasi spavaldo. E’ passato al contrattacco e. per mezzo del suo legale, avvocato Bellavista, ha preso un provvedimento che, per la sua audacia, forse non ha precedenti: ha denunciato per falso il colonnello Pompei, autore del famoso rapporto. Nella sua denuncia Ugo Montagna trova modo di citare, chiamandoli a testimoni della sua rettitudine, una ventina di personaggi, assai noti e autorevoli, da lui definiti assidui frequentatori della tenuta di Capocotta per motivi venatori: nell’elenco figurano cinque generali, ufficiali dei carabinieri, nobili, industriali, professionisti. I personaggi citati da Montagna quali frequentatori di Capocotta sono tutti rispettabilissimi, al di sopra di ogni sospetto: andavano sì a Capocotta, ma esclusivamente per cacciare.

Intanto la guardia di finanza ha compilato un rapporto sull’attività di Ugo Montagna. Tale rapporto, fino a questo momento mantenuto segreto, è firmato dal colonnello Raffaele Tani e viene a completare e confermare quello dei carabinieri. Pare che in esso sia detto che il Montagna debba considerarsi un avventuriero che ha fatto fortuna su speculazioni immobiliari non registrate agli effetti fiscali e che abbia ricercato e stretto amicizie con personalità politiche e con alti funzionari per avvalersene ai propri fini. Una copia di questo rapporto è in possesso del ministro Tremelloni, che se ne servirà per l’inchiesta fiscale a carico di Montagna e dei suoi amici. Comunque pare che il rapporto della Guardia di Finanza contenga anche una dichiarazione favorevole al Montagna, nel senso che fino ad oggi non si è potuto provare che egli abbia rapporti con trafficanti e consumatori di stupefacenti. Il rapporto è stato compilato in base alle indagini di un capitano specializzato nel ramo degli stupefacenti, e quindi un’affermazione del genere acquista notevole importanza.


PIERO PICCIONI

Nel rapporto del colonnello Pompei, fra gli amici di Montagna è citato al primo posto Piero Piccioni. In realtà l’obiettivo è oggi puntato su altre persone. Di Wilma Montesi se ne parla sempre meno. Persino qualche giornale di estrema sinistra ha dato l’impressione di essere disposto ad accettare magari la tesi della morte per disgrazia, preferendo puntare tutte le batterie su altri scandali: i loschi traffici, gli illeciti arricchimenti di “altissime personalità”. Piero Piccioni potrebbe diventare una figura di secondo piano. La sua amicizia con Montagna era piuttosto superficiale: non aveva con lui rapporti d’affari. I loro incontri erano tutt’altro che frequenti e quasi sempre casuali. Piero Piccioni non è mai stato a Capocotta, nemmeno a caccia: egli non è cacciatore, non ha mai sparato un colpo di fucile. A suo carico ci sono soltanto i sospetti e le supposizioni di Anna Maria Moneta-Caglio. In tribunale, quando sarà interrogato, smentirà recisamente la Caglio e negherà di essere mai stato dal capo della polizia per “mettere a tacere la faccenda Montesi”. Nel suo orizzonte è prevista una schiarita. Piero Piccioni, o meglio il musicista Piero Morgan, è piuttosto scanzonato per temperamento e ha preso le cose con filosofia: riesce persino a scherzare sulla sua non piacevole situazione. Pare abbia detto a un amico: “Se non fosse per mio padre non mi preoccuperei minimamente, troverei anzi che questa storia paradossale ha i suoi lati divertenti”. Il ministro Attilio Piccioni, che da anni è sofferente di cuore, vive giorni di angoscia. Egli non ha mai avuto il minimo dubbio sull’innocenza del figlio, se così non fosse non avrebbe accettato di entrare a far parte del governo.


TOMMASO PAVONE

Finora chi ha pagato a più caro prezzo l’amicizia con Ugo Montagna è stato Tommaso Pavone, il capo della polizia costretto a dimettersi. Egli è nato a Palermo cinquantacinque anni fa Nel 1943 era prefetto a Trento. Dopo l’otto settembre, per la sua non provata fedeltà al fascismo, fu arrestato a portato prima in un campo di concentramento, poi a Regina Coeli. Dopo la Liberazione, riassunto in servizio, fu prefetto a Firenze e a Milano, quindi nel 1952 fu nominato capo della polizia. Egli era già allora intimo amico di Ugo Montagna (che, si è detto, entrava nel suo ufficio senza bussare). Montagna si era accaparrata l’amicizia e la gratitudine di Pavone aiutandolo nei momenti difficili, all’epoca dell’arresto, adoperandosi per farlo scarcerare. Pavone è anche un appassionato cacciatore e frequentava perciò la tenuta di Capocotta. La Caglio ha formulato contro di lui accuse gravissime: Montagna si sarebbe servito dell’influenza del capo della polizia per i suoi scopi affaristici; in una certa occasione gli avrebbe addirittura regalato un appartamento per compensarlo di un favore ricevuto; inoltre Pavone, dietro richiesta di Montagna e di Piero Piccioni, avrebbe “messo a tacere” il caso Montesi pur essendo a conoscenza della verità. La Caglio non è in grado di provare queste sue accuse. Pavone ritiene di poter dimostrare la sua innocenza: egli afferma, tra l’altro, di non aver mai posseduto appartamenti, né a Roma né altrove. Comunque è stato ritenuto abbastanza compromettente, in attesa di ulteriori accertamenti, il fatto che il capo della polizia fosse intimo amico di un pregiudicato dalle non chiare attività.


ANNA MARIA MONETA-CAGLIO

La figlia del secolo, o anche Miss Querela ’54 come l’ha definita qualcuno (ha collezionato finora una trentina di querele e denunce) trascorre giornate tranquille e monotone, completamente diverse da quelle affannose ed emozionanti di un tempo, in una stanzetta disadorna di un “Istituto per la rieducazione delle ragazze” a Montemario, alla periferia di Roma. L’istituto è diretto dalle suore della Redenzione e ospita un centinaio di ragazze, le quali indossano tutte una specie di divisa: soltanto Anna Maria ha un trattamento speciale, può cambiare d’abito anche due o tre volte al giorno, ed è libera di uscire quando vuole. Ma non usufruisce di queste libertà: indossa quasi sempre un modesto vestito blu ed esce soltanto quando deve recarsi al processo. Alle spese provvede suo padre, il quale ha avuto parole amare ed aspre per la condotta che la figlia, a sua insaputa, teneva a Roma durante la relazione con Montagna, ma nello stesso tempo ha dichiarato che non l’abbandonerà in questo momento difficile. Anna Maria ha smentito di voler farsi suora, ma neppure pensa più a fare del cinema: le basterebbe (dice) dimenticare e diventare una buona moglie. Dopo la pubblicazione del rapporto dei carabinieri, la sua posizione morale appare ben diversa, e quella che poteva sembrare una vendetta femminile si rivela sempre più come un sincero e anche coraggioso desiderio di purificazione e di giustizia.


SILVANO MUTO

Spesso ci si dimentica che, in questo strano processo, l’unico imputato è Silvano Muto, l’accusatore. E’ lui, e non Montagna, o Piccioni, o Pavone, che a termine dell’ultima udienza verrà giudicato e, forse, condannato. Durante un drammatico confronto, Adriana Bisaccia gli ha gridato: “Tu vuoi fare l’eroe nazionale, ma non hai il diritto, per questo, di distruggere la mia vita”. In realtà sembra che Silvano Muto non abbia più nessuna voglia di fare l’eroe nazionale. È stanchissimo di questa faccenda che, ha detto al processo, gli pesa sulle spalle da molti mesi. Durante il confronto con Adriana Bisaccia, Muto ha avuto momenti di smarrimento, e alla fine è crollato. Si sa che, in un primo tempo, interrogato dal magistrato subito dopo la pubblicazione del famoso articolo, disse che aveva inventato ogni cosa, riportando solo delle voci raccolte in giro e non controllate. In un secondo tempo cambiò versione: disse che una ragazza, Adriana Bisaccia, gli aveva confidato di avere preso parte personalmente a un’orgia a Capocotta, nel corso della quale Wilma Montesi si era sentita male. Durante il confronto con la ragazza che disperatamente lo smentiva, Muto è caduto in contraddizione, e alla fine ha rifiutato di rispondere alle domande, aggravando notevolmente la sua situazione. Al termine dell’udienza è stato udito gridare a uno dei suoi avvocati, il comunista Sotgiu: “Sono mesi che mi torturano con questa storia: ora non ne posso più”. Con ogni probabilità, se potesse, tornerebbe a quella versione che diede in un primo tempo al magistrato e che poi, non si sa per consiglio di chi, si rimangiò in maniera clamorosa.


ADRIANA BISACCIA

Per una notevole parte dell’opinione pubblica, la ragazza di Avellino è il personaggio più sconcertante di tutta la vicenda. Molta gente è convinta che veramente Adriana abbia partecipato alle feste di Capocotta, sappia come è morta Wilma Montesi, e si ostini a non parlare perché pagata da Montagna, o da Piccioni, o da chi sa quali altri importantissimi personaggi. Chi ha seguito il processo sa quanto errata sia questa convinzione. Adriana Bisaccia è una povera ragazza, dai nervi rovinati, che lotta disperatamente da sola contro complicate e diaboliche congiure, e cerca di non impazzire. Per settimane e settimane ha continuato a ricevere ogni giorno misteriose telefonate e lettere minatorie che le ordinavano di tacere, di non fare rivelazioni. Adriana non aveva nulla da rivelare. Probabilmente quelle ingenue minacce provenivano da qualcuno che voleva in tal modo fare credere all’opinione pubblica che la ragazza sapesse davvero cose gravi e pericolose. Alcuni giorni fa è stata avvicinata da un misterioso individuo vestito da prete, che le ha raccomandato ancora di non parlare, di non rivelare nomi di alte personalità. Questo individuo si è presentato col nome di un vero sacerdote che non c’entrava per nulla nella vicenda: la ragazza è rimasta sconvolta, non riesce a comprendere il perché di queste assurde persecuzioni. Durante il confronto con Silvano Muto, Adriana ha detto: “Posso anche aver parlato a vanvera, posso avere riferito, sul conto di Wilma Montesi, di Piccioni, di Montagna, delle voci che avevo sentito in giro. Ma non posso avere detto di essere stata presente alle feste perché questo non è vero”. Ha dato sfogo alla sua disperazione con accenti così sinceri e umani che nell’aula è passato un brivido di commozione. Quasi tutti le hanno creduto: la segretaria di Muto, Adriana Tenerini, ha però ribattuto di avere udito personalmente gravi confidenze della Bisaccia al giornalista. Il pubblico ministero si è riservato di incriminare Adriana Tenerini per falsa testimonianza.


ANTONIO ULIANO

Questa vicenda è popolata di personaggi veramente pittoreschi. L’Unità di Roma ne ha scovato uno che sembrava destinato a rivoluzionare tutto il processo: si tratta di Antonio Uliano, un giovane compaesano di Adriana Bisaccia. Il giornale comunista ha pubblicato con enorme risalto la “sensazionale testimonianza rilasciata per iscritto da Antonio Uliano al nostro inviato, il compagno Silvestro Amore”. Uliano affermava di avere udito, tre mesi fa, Adriana Bisaccia dire a sua madre queste testuali e gravissime parole: “Ho partecipato anch’io a una cena, dove siamo stati a ballare. Abbiamo fumato delle sigarette. Poi Wilma si è sentita male. Anche noi avevamo il capogiro e allora io e una mia amica chiedemmo di andarcene. Rimasero gli uomini: Piccioni, Montagna e altri…” L’avvocato Sotgiu, difensore di Silvano Muto, era esultante: credeva di avere trovato finalmente il teste capace di sgretolare la disperata resistenza di Adriana Bisaccia. Ma presto il “colpo” di Sotgiu si è sgonfiato: Antonio Uliano infatti ha rilasciato a due giornalisti un’altra dichiarazione scritta, confessando di avere inventato tutto, di aver rilasciato la “sensazionale testimonianza” all’inviato dell’Unità perché pagato con 500 lire, mentre gliene avevano promesso 20.000 per mezzo di un noto comunista di Avellino.