CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

FORSE SARA' SVELATO
IL MISTERO DI WILMA MONTESI

Articolo di “Oggi” nr. 6 dell’11/2/1954

Il voluminoso fascicolo istruttorio riguardante la tragica fine di Wilma Montesi, la giovane donna trovata morta l’undici aprile 1953 sull’arenile di Tor Vaianica, a 25 chilometri dal lido di Ostia, fascicolo archiviato su decreto del giudice istruttore di Roma poiché le indagini avevano portato alla conclusione di “morte per fatto accidentale”, sarà riaperto: la deposizione di un giornalista romano e l’inaspettata premessa di una clamorosa rivelazione da parte di una ragazza milanese, permetteranno probabilmente di risolvere un caso che, nonostante le conclusioni dell’autorità inquirente, è rimasto un enigma.


Come i lettori ricorderanno, Wilma Montesi fu rinvenuta morta trentotto ore dopo la sua scomparsa da casa: aveva 21 anni, era una ragazza bella, di famiglia agiata: da due anni era fidanzata ad un sottufficiale di polizia, Angelo Giuliani, e doveva sposarsi nel dicembre scorso: ma l’abito bianco che Wilma già s’era preparato, lo portò nella tomba.


LE TRE IPOTESI


Il 9 aprile Wilma, che aveva rifiutato di accompagnare la madre e la sorella al cinematografo (aveva dichiarato di non sentirsi bene) uscì alle 17.30 dalla sua abitazione di Roma, in via Tagliamento e, nonostante il tempo non fosse bello, si recò ad Ostia (una viaggiatrice attestò di averla incontrata sul treno elettrico Roma-Ostia mare). L’undici aprile, alle 7.30, un muratore la rinvenne cadavere sull’arenile di Tor Vaianica: in sottoveste, senza scarpe, senza calze, senza bustino reggicalze e senza la borsa a secchiello con la quale era uscita. I medici stabilirono che la ragazza era morta per annegamento non prima delle ore 17 del dieci aprile, vale a dire 24 ore dopo la sua uscita di casa.


Mentre la polizia iniziava le indagini che, confortate dal referto dell’autopsia (nessun segno di violenza) dovevano concludere per “morte accidentale”, i giornali vagliarono più di una ipotesi.


La tesi della disgrazia poggiava sul fatto che Wilma soffriva di un eczema ai piedi: una vicina di casa le aveva consigliato pediluvi d’acqua marina. Per questa ragione doveva essersi recata ad Ostia: sulla spiaggia s’era tolta scarpe, calze e gonna (rubati forse, in seguito, da qualcuno) ed era entrata in mare. Un improvviso malore doveva averla colpita e la povera ragazza era stata così travolta dalle onde e da queste rigettata più tardi sul lido di Tor Vaianica.


Ma perché, si chiesero altri, non aveva parlato in famiglia di questo pediluvio? Perché aveva lasciato a casa il ritratto di Angelo, il fidanzato, e il braccialetto che costui le aveva regalato, oggetti dai quali mai si era separata? Ciò dava credito all’ipotesi che la ragazza si fosse volontariamente annegata, ipotesi avvalorata dal fatto che Wilma scelse un’ora troppo tarda per recarsi ad Ostia. Ma la ragazza, sostennero altri, non aveva ragioni per togliersi la vita: doveva sposarsi ed era felice. Comunque, in tal caso, non si sarebbe svestita a metà e si sarebbe gettata in mare subito, e non 24 ore dopo esser uscita di casa. O era forse successo qualche cosa per cui Wilma non aveva più osato ritornare in famiglia e, dopo un giorno di angoscia, si era decisa al folle gesto.


I sostenitori della tesi del delitto affermarono che probabilmente Wilma aveva un segreto: non era andata a Ostia per un bagno e non era sola. Probabilmente si era recata ad un convegno segreto (ecco perché aveva lasciato a casa il braccialetto ed il ritratto del fidanzato, ecco perché nulla aveva detto alla madre e si era data anzi indisposta per non seguirla al cinematografo). Durante tale convegno era stata forse colta da malore: chi era con lei fu preso dal panico, la credette morta, non osò chiamare un medico temendo uno scandalo, e dopo averla tenuta nascosta sperando che si riavesse, l’abbandonò nel pomeriggio del dieci aprile sull’isolato arenile di Tor Vaianica. Le indagini tuttavia non accertarono nulla che potesse sostenere l’ipotesi del delitto: la ragazza fu trovata intatta e nessun sospetto era possibile. L’istruttoria, come si è detto, fu perciò archiviata.


Tempo dopo, il giornalista Silvano Muto, responsabile di un settimanale romano, pubblicò una inchiesta sul “caso Montesi” nella quale sosteneva che non si era trattato di disgrazia, che dietro la morte della ragazza v’era una fosca vicenda, ed assicurava che due giovani, Adriana Concetta Bisaccia e Anna Maria Moneta-Caglio, sapevano molte cose sulla fine di Wilma. La procura denunciò il Muto per aver pubblicato “notizie false e tendenziose” ed aprì contro il giornalista un’azione giudiziaria tuttora in corso. Al processo, Silvano Muto ha dichiarato che, secondo informazioni da lui raccolte, nella faccenda di Wilma Montesi entravano segreti convegni, tenuti nella riserva di caccia di Capocotta (Castel Porziano) sita tra Ostia e Tor Vaianica. Letto il verbale del dibattimento, il marchese Montagna, direttore della citata riserva di caccia, ha presentato contro il Muto denuncia per calunnia ed ha chiesto di essere interrogato dal magistrato.


Ma perché, si chiesero altri, non aveva parlato in famiglia di questo pediluvio? Perché aveva lasciato a casa il ritratto di Angelo, il fidanzato, e il braccialetto che costui le aveva regalato, oggetti dai quali mai si era separata? Ciò dava credito all’ipotesi che la ragazza si fosse volontariamente annegata, ipotesi avvalorata dal fatto che Wilma scelse un’ora troppo tarda per recarsi ad Ostia. Ma la ragazza, sostennero altri, non aveva ragioni per togliersi la vita: doveva sposarsi ed era felice. Comunque, in tal caso, non si sarebbe svestita a metà e si sarebbe gettata in mare subito, e non 24 ore dopo esser uscita di casa. O era forse successo qualche cosa per cui Wilma non aveva più osato ritornare in famiglia e, dopo un giorno di angoscia, si era decisa al folle gesto.


I sostenitori della tesi del delitto affermarono che probabilmente Wilma aveva un segreto: non era andata a Ostia per un bagno e non era sola. Probabilmente si era recata ad un convegno segreto (ecco perché aveva lasciato a casa il braccialetto ed il ritratto del fidanzato, ecco perché nulla aveva detto alla madre e si era data anzi indisposta per non seguirla al cinematografo). Durante tale convegno era stata forse colta da malore: chi era con lei fu preso dal panico, la credette morta, non osò chiamare un medico temendo uno scandalo, e dopo averla tenuta nascosta sperando che si riavesse, l’abbandonò nel pomeriggio del dieci aprile sull’isolato arenile di Tor Vaianica. Le indagini tuttavia non accertarono nulla che potesse sostenere l’ipotesi del delitto: la ragazza fu trovata intatta e nessun sospetto era possibile. L’istruttoria, come si è detto, fu perciò archiviata.


Tempo dopo, il giornalista Silvano Muto, responsabile di un settimanale romano, pubblicò una inchiesta sul “caso Montesi” nella quale sosteneva che non si era trattato di disgrazia, che dietro la morte della ragazza v’era una fosca vicenda, ed assicurava che due giovani, Adriana Concetta Bisaccia e Anna Maria Moneta-Caglio, sapevano molte cose sulla fine di Wilma. La procura denunciò il Muto per aver pubblicato “notizie false e tendenziose” ed aprì contro il giornalista un’azione giudiziaria tuttora in corso. Al processo, Silvano Muto ha dichiarato che, secondo informazioni da lui raccolte, nella faccenda di Wilma Montesi entravano segreti convegni, tenuti nella riserva di caccia di Capocotta (Castel Porziano) sita tra Ostia e Tor Vaianica. Letto il verbale del dibattimento, il marchese Montagna, direttore della citata riserva di caccia, ha presentato contro il Muto denuncia per calunnia ed ha chiesto di essere interrogato dal magistrato.


LA CRISI DI ANNA MARIA


Adriana Concetta Bisaccia, una delle due giovani che avrebbero fornito informazioni al giornalista, rintracciata dalla polizia, è stata a sua volta interrogata per ben due volte dall’autorità inquirente. All’uscita dal tribunale ella ha però detto ai giornalisti di non sapere nulla sulla morte della Montesi.


Ma la notizia più clamorosa su questo, per ora, ingarbugliato enigma, è giunta da Milano. Anna Maria Moneta-Caglio, l’altra ragazza nominata dal Muto, ha dichiarato di sapere in che modo morì Wilma. Ella ha steso un lungo memoriale che ora è in mano ad un avvocato romano, ed ha promesso di comparire alla prossima udienza del processo Muto per confermarlo. Anna Maria, di 23 anni, figlia di un notaio milanese, ragazza sensibile e colta, si era trasferita a Roma due anni fa dove, dopo essersi iscritta ad un corso di arte drammatica, aveva cominciato a frequentare gli ambienti di Cinecittà. Il padre ha dichiarato che la figlia, al corrente del segreto della morte di Wilma Montesi (della quale era amica), non potendo più tenere per sé quanto sapeva e sollecitata da una profonda crisi, aveva deciso su consiglio del suo confessore, di parlare. Temendo però rappresaglie la ragazza, vergato e firmato il memoriale, è stata nascosta in un istituto religioso. Da Roma intanto il marchese Montagna ha smentito la versione che sarebbe racchiusa nel memoriale di Anna Maria. Il questore Polito, infine, che condusse le indagini sul “caso Montesi”, in una intervista concessa ad un quotidiano romano, ha ribadito che nessun elemento diretto o indiretto, nessuna prova generica o specifica, poté a suo tempo convalidare le varie ipotesi formulate. “La tesi della disgrazia”, ha detto, “nella fine della giovane Montesi per me è provata”.


La prossima udienza del processo contro il giornalista Muto è stabilita per il quattro marzo; ma la verità sulla morte di Wilma Montesi sarà nota probabilmente prima. E’ quasi certo che il “memoriale segreto” di Anna Maria Moneta sarà consegnato al tribunale prima di quella data.