CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

DUE STRANI PROCESSI

E’ il 16 maggio 1903. Nel cuor della notte acute grida di donna risuonano in un appartamento di Milano: l’impiegato di 47 anni Alberto Olivo ha ucciso a coltellate la moglie Ernesta Beccaro, rea di voler imparare a leggere e a scrivere. Poco più di due anni dopo, il 10 agosto 1905, cinque colpi di rivoltella risuonano in una camera di una pensione di Posillipo: il celebre scultore Filippo Cifariello, di 41 anni, ha ucciso la bella moglie infedele Maria de Browne, in arte Blanche de Mercis. Arrestati e tradotti in Corte d’Assise, i due uxoricidi divengono i protagonisti di due dei più famosi processi della prima metà del secolo, processi che suscitarono particolare scalpore perché le loro conclusioni furono tra le più strane che si ricordino. Benché, infatti, tanto l’Olivo che il Cifariello fossero rei confessi ed in entrambi i casi la perizia psichiatrica avesse escluso qualsiasi infermità mentale, vennero assolti dai giurati.


Nel caso di Filippo Cifariello, tuttavia, si può ancora trovare qualche spiegazione alla sbalorditiva clemenza del verdetto, sia per il fascino che emanava dalla figura dello scultore sia per la geniale drammaticità con cui venne fatta risaltare dai difensori la sua situazione insostenibile di marito cento volte tradito e giocato, sia infine per l’efficace atmosfera sentimentale creata dalla difesa intorno all’imputato, col valido concorso degli amici e degli ammiratori. Filippo Cifariello era, infatti, come diremmo oggi, una celebrità, si era imposto alla stima di tutto il mondo, nonostante venisse dal nulla. Nato a Molfetta nel 1864, era venuto ancora ragazzo a Napoli, ed aveva trascorso una misera adolescenza, vendendo per le strade disegni e statuette; ma non aveva tardato, grazie al suo ingegno, ad inserirsi nel numero dei più quotati scultori italiani. Allora, insieme alla gloria, era venuto a lui il fatale amore di Maria de Browne. La bella Maria, che a tredici anni soltanto era stata gettata nell’ambiente corrotto dei cafés chantants, nei quali tuttora si esibiva, aveva suscitato nella sensibile anima del Cifariello una folle passione, che ella parve ricambiare in pieno.


Sposatisi dopo un periodo di convivenza, i due giovani artisti ebbero fin dai primi giorni di matrimonio clamorosi litigi causati dalle provocazioni della canzonettista e dalla gelosia dello scultore. Così, fra liti e pacificazioni, s’era giunti a quella tragica estate del 1905. Una settimana prima del delitto Filippo Cifariello aveva fatto parlare di sé tutti i giornali per l’inaugurazione del monumento a re Umberto I, che la città di Bari gli aveva commissionato: otto giorni dopo il suo nome riempiva tutte le colonne della cronaca nera.


Recatosi con la moglie a Posillipo per riposarsi dei trionfi di Bari, il Cifariello aveva preso alloggio alla “Pension Mascotte”: Qui la coppia era stata raggiunta dal giovane avvocato Soria, che i Cifariello avevano conosciuto a Bari e che era divenuto l’amico della De Browne: allora era esploso il dramma. La notte del 10 agosto, nella camera dei due sposi, risuonarono cinque colpi di arma da fuoco.


Il guardiano notturno, subito accorso, si trovò di fronte ad un orrendo spettacolo: presso il letto, in una pozza di sangue, giaceva esanime Maria de Browne. Accanto a lei erano due rivoltelle: una, sotto le gambe, completamente scarica, l’altra, piccola come un gingillo e carica, presso il polpaccio destro. Nella stanza in disordine era ben visibile un vassoio con bicchieri di champagne e avanzi di una cena fredda, posato su un tavolino, e, sul comodino della vittima, un assegno di 10 mila lire firmato dallo scultore ed una ricevuta con la firma della moglie. Pallido, stravolto, Filippo Cifariello stava ritto presso la porta, ripetendo con voce monotona: “Datemi la pistola che mi voglio uccidere”.


Non si discolpò, non tentò di inscenare la commedia del suicidio. All’intimo amico commendatore Re David che, accorso insieme alla polizia, gli chiedeva: “Perché hai fatto questo?”, ribatté: “Ma non capisci che morta l’amo più di prima?”. Quindi si chiuse nel più assoluto mutismo.


L’arresto dello scultore mise a subbuglio sia il mondo degli artisti, che si schierò con lui, sia la massa popolare che, sobillata dai socialisti (fieramente avversi al Cifariello), avanzò subito il sospetto che l’imputato avrebbe avuto un trattamento di favore. “Processo Cifariello, prima udienza!” vociavano gli strilloni per le strade, ed alle Assise di Napoli accorse una strabocchevole folla eterogenea. Un’ondata di applausi e di fischi accolse l’uxoricida non appena egli fece la sua comparsa nella gabbia degli imputati. Cifariello, senza neppure attendere che il presidente gli accordasse la parola, scoppiò in singhiozzi gridando: “Non volevo ucciderla. E’ stata una fatalità”. Confessato così pubblicamente il suo assassinio con quel “non volevo ucciderla”, lo scultore continuò la sua deposizione fra le interruzioni della parte civile che, coadiuvata dalla madre della vittima, chiedeva vendetta, ed il rumoreggiare della folla. Il focoso pubblico napoletano era tanto indisciplinato che si fu costretti a sospendere l’udienza e la corte si ritirò, lasciando il procuratore generale, barone Carelli, solo nell’emiciclo. Fu allora che un giornalista repubblicano ed uno socialista vennero e diverbio: il socialista, afferrato un calamaio, lo lanciò contro il collega, ma sbagliò la mira e colpì il procuratore generale in persona. Il tafferuglio si chiuse con una sfida a duello e il difensore del Cifariello, il celebre avvocato Manfredi, approfittò di quella confusione per ottenere la legittima suspicione. La causa venne così rimandata a nuovo ruolo, in attesa della designazione di una nuova corte d’Assise.


Fu scelta Campobasso e di lì a un anno – precisamente il primo ottobre 1908 – nel più vasto locale della caserma di quella città, adattato ad aula, si concluse uno dei maggiori processi del secolo. Filippo Cifariello non è più l’uomo rassegnato e disfatto che si era presentato alle Assise di Napoli, ma un individuo calmo e lucido, animato da una disperata volontà di battersi per la propria vittoria. Quando si cominciò a leggere la deposizione da lui fatta alle Assise, l’artista intervenne a narrare a viva voce la sua tragedia. “Conobbi Maria...”, prese a dire con quella sua parola facile, appoggiata dalle espressioni del volto e dal gestire suggestivo ed eloquente, ed espose tutto il dramma di quella sua infelice vita coniugale, tormentata dalla gelosia e dalla passione, facendo rivivere, davanti ai giurati ed al pubblico, la figura della donna che tante volte lo aveva tradito e giocato, e altrettante riconquistato con una sola parola, con un sorriso.


L’attenzione si fece enorme quando si venne all’ultimo atto a Posillipo. Cifariello narrò che la moglie gli aveva perentoriamente chiesto la separazione e poi, approfittando di una sua breve assenza, aveva chiamato a sé, alla “Pension Mascotte”, il suo amante Soria. Cifariello, avvisato da un telegramma del fratello Ernesto, acquistò una rivoltella e fece ritorno a Posillipo dove trovò l’avvocato a tavola insieme con Maria, la quale per una strana coincidenza aveva posato accanto al piatto una piccola rivoltella che aveva comperato quel giorno. Dopo un colloquio con il Soria, che rivelò i suoi rapporti con Maria De Browne, il Cifariello ebbe l’ultima burrascosa discussione con la moglie. Invano egli tentò di commuovere Maria firmandole persino un assegno di 10 mila lire: la donna fu irremovibile nella decisione di separarsi, glielo dichiarò brutalmente, quindi si coricò e si addormentò. Ma l’uomo non poteva dormire ed il suo pianto si fece così disperato che la donna si svegliò e non trovò di meglio che dirgli: “Tu non sai fare altro che piangere, sei noioso, noioso!”. “Signori giurati” esclamò a questo punto l’imputato stringendo con forza convulsa le sbarre della rudimentale gabbia, “mi parve di essere pugnalato al cuore. Non so come mi trovai in mano la rivoltella e vidi Maria che, balzata a sedere sul letto, mi puntava contro la sua arma che aveva nel frattempo tratta di sotto il cuscino. Sparai come un pazzo”. Qui l’imputato si coprì il volto con le mani, singhiozzando, mentre dalla folla si levava un uragano di applausi. Cifariello aveva indubbiamente segnato a suo favore il primo punto dell'ardua partita.


Questo vantaggio iniziale lo scultore lo perse in parte quando fu messo a confronto col suo rivale Soria: questi rivelò che quando egli a Posillipo aveva confessato allo scultore i suoi rapporti con la de Browne, costui lo aveva pregato di non dir nulla a Maria, concludendo: “Capirete, se la perdete voi la perdo anch’io”. Illuminato da questa poco simpatica luce di marito pronto a scendere a vergognosi compromessi, il Cifariello venne successivamente tacciato di avaro da una zia della vittima e da altri testimoni a suo sfavore, e di tiranno e vanitoso dalla madre di Maria, la sua principale e più spietata accusatrice. Ma il colpo di grazia glielo diede la requisitoria del procuratore generale, il quale affermò che l’omicidio era stato premeditato e che l’artista con la complicità del fratello Ernesto aveva preparato prima del delitto tutta la messa in scena per lasciar credere ad un suicidio di Maria. Quindi aveva sparato sulla moglie addormentata ma, fallita la mira alla tempia, era stato costretto a colpire all’impazzata rinunciando all’idea del suicidio.


La situazione dello scultore si fece critica. Anche qualsiasi appiglio all’infermità mentale venne escluso dalla perizia psichiatrica. Ma, con un altro magistrale colpo di scena, la bilancia s’inclinò dalla parte del Cifariello. Al banco dei testimoni sfilarono discepoli affezionato, ammiratori o ospiti della “Pension Mascotte” e poi al suo fianco c’era come difensore il famoso Manfredi, uno dei primi avvocati d’Italia. Dalla sua travolgente arringa venne a galla una Maria de Browne infedele e spregevole, con le lampanti prove dei suoi tradimenti coniugali. Il Manfredi pateticamente concluse: “Signori giurati, l’imputato è stato spinto mille volte all’esasperazione, ha amato quando voi avreste cessato d’amare, ha perdonato quando voi avreste cessato di perdonare. Noi chiediamo l’assoluzione in nome dell’amore perché solo l’amore è il sentimento che ha animato tutta questa fatale vicenda. E mentre la più entusiastica salve di applausi si levava dal pubblico, mentre tutte le signore presenti scoppiavano in singhiozzi, mentre dovunque dilagava il più contagioso sentimentalismo, la Corte si ritirò per riapparire dieci minuti dopo con il verdetto che dichiarava Filippo Cifariello assolto perché “al momento del delitto egli era nell'incapacità di intendere e di volere”.


Ma numerose voci di biasimo si levarono contro quella assoluzione ritenuta un’ingiustizia, e quando, di lì a sei anni lo scultore, che aveva tentato di ricostruirsi una famiglia passando a nuove nozze trovava in una tragica notte d’estate del 1914 la moglie arsa viva accanto ad un fornello a spirito, molti ritennero che egli fosse stato colpito da un castigo divino.



Se l’indulgenza dei giurati verso Filippo Cifariello apparve singolare, ancora di più essa lo fu nei riguardi di Alberto Olivo, protagonista dell’altro clamoroso processo di uxoricidio. Uomo modesto, senza aureole di gloria, L’Olivo non si era neppure difeso, non si era accanitamente battuto come lo scultore meridionale per la propria vittoria: il suo dramma coniugale, inoltre, non aveva nemmeno la giustificazione della passione, della gelosia, dell’esasperato amore che avevano dato fascino al processo Cifariello.


Alberto Olivo era un impiegato milanese che lavorava alla Ceramica Richard, dove era ben pagato e considerato un elemento ottimo. Era stimato anche uomo di una certa cultura e scriveva poesia. Di carattere chiuso e taciturno, era in tutto ordinato fino ad essere meticoloso, assai modico nelle spese, attaccatissimo a quell’impiego che gli dava i mezzi per vivere agiatamente. A dispetto della sua avarizia sapeva, però, essere anche generoso ed era risaputo che da studente aveva mantenuto con i proventi delle sue lezioni una zia in miseria.


Furono appunto questi slanci di generosità, però, a perdere l’Olivo perché sotto l’azione di uno di essi egli si indusse a sposare, nell’intento di redimerla, una donna di assai dubbia moralità. La biellese Ernesta Beccaro era allegra e superficiale quanto lui era serio e preciso, spendereccia quanto lui era avaro, incline a far debiti quanto lui ne rifuggiva inorridito, analfabeta e ignorante quanto lui era istruito. Inutile dire che la vita domestica fu tutt’altro che pacifica: continue liti, interrotte da brevi pause di pace, furono il lungo preludio al delitto.


Poi, la sera del 16 maggio 1903, scoppia la tragedia. L’Olivo, rincasando, si vede venire incontro la moglie che gli annuncia giuliva di essersi presa una maestra perché le insegni a leggere e a scrivere. Alberto Olivo si infuria, lui così amante della cultura non ne vuol sapere che la sposa si erudisca, grida come un pazzo, validamente emulato dalla donna, quindi va a letto senza cenare. Ma verso la mezzanotte si sente male e chiede a Ernesta di fargli una limonata. Ancora offesa, lei si rifiuta, la lite si rinnova furibonda e la donna, afferrato un coltello da cucina, ferisce il marito alla mano. Con quello stesso coltello che le ha strappato, lui la uccide, poi si corica e dorme saporitamente. Nessuno è accorso alle grida della donna perchè le urla in casa Olivo erano ormai all’ordine del giorno, ed il mattino dopo i lievi sospetti che possono essere sorti fra i vicini si tacitano allorché l’impiegato narra che la moglie, in seguito al litigio della sera prima, ha fatto ritorno a Biella dai suoi.


Per quattro giorni Alberto Olivo vive così, con quel cadavere in casa, poi si decide a liberarsene. Con incredibile sadismo lo calpesta, lo fa a pezzi con un coltellaccio, rade i capelli alla testa e sfigura il volto per renderlo irriconoscibile; quindi, messo il tutto in una valigia, parte per Genova. Là, noleggiata una barca, getta la valigia in mare, senza curarsi del barcaiolo, e se ne fa tranquillamente ritorno a Milano. Ma il barcaiolo, insospettito, corre subito a riferire alla polizia la strana scena di cui è stato testimone ed il lugubre bagaglio viene ripescato. Intanto anche fra i vicini di casa Olivo sono sorti sospetti per la prolungata assenza della donna e la polizia, ricostruito rapidamente il fatto, dichiara Alberto Olivo in arresto. Tradotto alle Assise di Milano l’imputato, calmo e sereno in modo impressionante, confessa con abbondanza di particolari il suo delitto, non cerca di scusarsi né di mentire. I giurati rimangono perplessi di fronte a quell’ometto quieto e dignitoso che dice con tanta semplicità: “Sì, ho ucciso”.


Eppure non è né un pervertito, né un delinquente, anzi i testimoni che sfilano sulla pedana lo definiscono di comune accordo “ottimo uomo, di onestà e moralità ineccepibili e sempre pronto a far del bene”. La perizia psichiatrica lo dichiara “una persona perfettamente normale”. Il processo risulta piuttosto scialbo, senza colpi di scena, senza roboanti arringhe, perché pare che lo strano colpevole neppure ci tenga tanto ad essere difeso. Ma quando la Corte, ritiratasi per la sentenza, riappare a leggere il verdetto, il caso Olivo si fa di colpo clamoroso, suscita echi in tutta Italia.


I giurati, infatti, dopo aver risposto “sì” alla domanda: “Ha l’Olivo ucciso a colpi di coltello o di arma contundente la moglie?” e “no” alla domanda: “Era l’Olivo in stato di infermità mentale?”, al terzo quesito: “Ha l’Olivo compiuto il fatto con l’intenzione di uccidere?”, risposero inaspettatamente “No”.


Il bizzarro verdetto rimase inspiegabile: perché i giurati, nelle loro coscienze, non ritennero provata la intenzione di uccidere nell’imputato? Il presidente della Corte di Assise ed il pubblico ministero, a sentenza emanata e letta, rimasero sbalorditi per i primi, ma non c’era nulla da fare: quel “no” al terzo quesito aveva tolto ogni carattere di perseguibilità al fatto principale. Reo anche di sottrazione e scempio di cadavere, Alberto Olivo, assolto, se la cavò con la ridicola condanna a 12 giorni di detenzione e 125 lire di multa. Allora la stampa di tutta Italia si levò contro l’assurdo per cui l’Olivo prima del processo avrebbe potuto essere linciato dalla folla, mentre ora in aula, dopo la lettura della sentenza, lo si applaudiva come un eroe. Si deprecò l’emotività del pubblico, s’invocò una riforma dell'istituto dei giurati. E lo scandalo si fece ancora più clamoroso quando il procuratore generale di Milano ricorse in Cassazione contro quell’assoluzione mentre, per legge, non avrebbe potuto e trovò una Corte di Cassazione che annullò quel verdetto, mentre era formalmente regolare. Allora, per protestare contro questa violazione delle leggi compiuta dai loro più alti custodi, avvenne che anche i giurati di Bergamo, davanti ai quali la causa era stata rinviata, assolsero una seconda volta l’imputato.


Così si chiudeva finalmente lo strano processo Olivo. Fra il fermento generale, l’unico a mantenersi calmo e sereno fu l’imputato, il quale si dichiarò soddisfatto della soluzione della faccenda, ma senza eccessivo entusiasmo, e a chi gli chiedeva che cosa avrebbe fatto adesso rispondeva apaticamente: “Non so, vorrei trovare un altro impiego”.


Non si seppe più nulla di Alberto Olivo, ma il suo nome è rimasto immortalato nelle cronache dei processi celebri e con lui è passata alla storia questa curiosa vicenda giudiziaria.


Articolo di Giorgio Venturi da “Oggi” n. 41 del 13/10/1955