CRONACHE DA UN ALTRO MONDO

Fatti, curiosita', misteri dagli anni '50

UN DELITTO QUASI PERFETTO

Era il 15 agosto del 1951, una giornata calda. Lungo la golena sud del Po, cioè in quel terreno che si stende fra l’argine e la riva del gran fiume, nei pressi di Calendasco, un paese a pochi chilometri da Piacenza, due uomini stavano cacciando. Era con loro una cagnetta di nome Lola. I fitti alberi non lasciavano andare lo sguardo molto lontano.


Poco più tardi, era pomeriggio avanzato, uno dei due cacciatori tutto sconvolto raggiunse un’osteria che sorgeva al di là dell’argine, fra alte e lunghe file di pioppi. “E’ successo un guaio”, disse concitatamente, “il mio amico è inciampato, è caduto lungo disteso e il fucile che aveva in mano è esploso”. Un incidente di caccia come tanti altri, la gente del Po vi è abituata: ogni tanto qualche cacciatore imprudente ci rimette la pelle.


Ma quello del 15 agosto 1951 non era un incidente, era una perfida e diabolica macchinazione, di quelle che si leggono soltanto sui libri gialli. Il morto, Giovanni Bergamaschi, era stato ucciso e l’assassino – Ezio Gambarelli – era quello stesso che era corso a chiedere aiuto.


Le indagini furono rapide. I familiari stessi del morto contribuirono a far dileguare ogni sospetto, se mai in quei primi momenti ce ne furono. “Ezio Gambarelli”, dissero, “era il più caro amico del nostro povero Giovanni. E’ un uomo d’oro, come lui è difficile trovarne un altro”. Difficile davvero. Ezio Gambarelli seguì tutto compunto il funerale dell’amico che aveva ucciso, si fece regalare per ricordo del caro scomparso la cagnetta Lola che aveva assistito alla tragedia, benché la bestia, che forse aveva tutto compreso, avesse da quel giorno cambiato umore e facesse sempre sentire lamentosi guaiti; se ne prese cura, come e meglio del primo padrone.


Così la faccenda fu in breve archiviata. Passavano gli anni e il Gambarelli continuava tranquillo a tenersi in cuore il suo orrendo segreto. Quando ebbe bisogno di un prestito per costruire un alberghetto sul Monte Penica, a chi si rivolse se non al fratello della povera vittima? E il prestito gli fu subito dato, perché all’amico del cuore del povero Giovanni la famiglia Bergamaschi non avrebbe saputo negare nulla. Ma come afferma il proverbio, il diavolo insegna a fare le pentole ma non i coperchi. Nessun delitto è perfetto. Se vi sono dei crimini che rimangono impuniti il fatto deve ricercarsi non nell’abilità del delinquente, ma nel caso fortunato o in un errore degli inquirenti.


Così, qualche mese fa, il sostituto procuratore della Repubblica di Piacenza prese in mano un vecchio fascicolo dove era raccontata, in stile burocratico, la storia del povero Bergamaschi e del suo amico Gambarelli. Con sottile intuizione, il magistrato sentì che qualche cosa strideva nel secco racconto: c’era come una forzatura, come un’ombra. I fatti non correvano via lisci, come deve correr via la verità. Così diede incarico al servizio speciale di pubblica sicurezza per la polizia giudiziaria di veder chiaro nella faccenda. Il dottor Riccardo Parisi, che dirige il servizio, è uno di quei funzionari che non si quietano sin quando non sono giunti in fondo alla questione. Il suo viso tranquillo nasconde una personalità di ferro. Egli fu allievo dell’attuale questore di Cremona, Labianca, uno specialista della polizia scientifica. Parisi cominciò così il suo lavoro con fredda precisione. Per prima cosa ordinò ai suoi collaboratori, il maresciallo Mennillo e il brigadiere Di Cerbo, di raccogliere tutte le voci che si riferissero al morto e al suo amico che, forse, era il suo uccisore; poi, per conto suo, andò a riprendere il fucile da caccia che il pomeriggio del 15 agosto 1951 era esploso fra le mani del Bergamaschi, e che a suo tempo era stato sequestrato.


Le prime notizie raccolte diedero agli inquirenti la certezza di essere sulla buona strada. Si scoprì che qualche mese prima di morire il Bergamaschi aveva corso un serio pericolo a cui era sfuggito per miracolo. Era il mattino del 7 gennaio 1951 e in compagnia di due amici il Bergamaschi era salito su una barca per una partita di caccia e di pesca. Ma appena la barca si era staccata dalla riva del Po, i tre avevano notato una grossa corda aggrovigliata che galleggiava a fianco dell’imbarcazione. Tornati a terra i tre avevano scoperto con spavento che la corda era legata a una rudimentale bomba inchiodata sotto la chiglia. Se avessero continuato a remare, la corda, lunga duecento metri e fissata a riva con due mattoni, si sarebbe tesa e avrebbe fatto scattare un percussore. Settecento grammi di polvere da sparo avrebbero disintegrato i tre cacciatori proprio nel bel mezzo della lenta corrente del Po. Come se non bastasse, si venne ad apprendere dell’altro. Un certo Spartaco Mazzadi aveva, molti anni prima, raccontato che il Gambarelli lo aveva più volte avvicinato chiedendogli di far fuori un uomo. Allora le parole del Mazzadi non erano state credute, forse a causa della sua troppa passione per il vino: ma ora, con le nuove risultanze, tutta la faccenda acquistava una nuova luce. Il Mazzadi era un uomo con la fama di saperci fare. Durante la guerra, una sera, nell’osteria in cui stava bevendo erano entrati tredici tedeschi. Era il tempo dei rastrellamenti e tutti capirono che i soldati erano arrivati per portare via gli uomini. D’improvviso il Mazzadi aveva tirato una sedia contro il lume e poi, nel buio, aveva strappato una gamba a un tavolo, e con questa primitiva arma si era lanciato contro i tedeschi. Quando riaccesero la luce i tredici tedeschi erano tutti morti.


Logico quindi che il Gambarelli avesse pensato al Mazzadi come possibile sicario, ma aveva fatto male i suoi conti: il Mazzadi non era un delinquente, e si era rifiutato di commettere il delitto richiestogli, così il Gambarelli era stato costretto a far da solo. Prima aveva preparato l’ordigno infernale sotto la barca e poi aveva simulato l’incidente di caccia. Agli occhi del dottor Parisi cominciava a delinearsi un quadro abbastanza interessante. L’esame del fucile, poi, faceva capire molte cose. Il Gambarelli aveva raccontato che l’amico era inciampato e che era caduto in avanti tenendo stretto il fucile in mano; la canna si era infilata nella sabbia e proprio in quel momento era partito il colpo, che essendo appunto la canna intasata aveva causato lo scoppio. L’esame dell’arma, invece, mostrava chiaramente che l’esplosione era avvenuta a causa di una cartuccia con carica eccessiva.


Era così venuto il momento di raccogliere quanto si era seminato. Il Gambarelli fu convocato a Piacenza dal dottor Parisi. Per non dargli l'impressione che si avessero dei sospetti su di lui gli si fece fare un po’ di anticamera. Il Gambarelli, che aveva quarantacinque anni, era perfettamente tranquillo quando fu introdotto davanti al commissario.


Da giovane il Gambarelli aveva fatto il casaro, per giorni e notti, senza un attimo di sosta, rivoltava le grosse forme di parmigiano. Poi, subito dopo la guerra, si era dato dapprima alla borsa nera e poi al commercio; ultimamente, come abbiamo detto, aveva costruito un alberghetto vicino al Passo del Penice.


L’interrogatorio ebbe inizio pacatamente. Il piano del commissario era semplice: bisognava mostrare all’assassino che ormai le prove a suo carico erano tali e tante che negare sarebbe stato da sciocchi. Per più di un giorno il commissario e l’indiziato si fronteggiarono validamente. Due volte il Gambarelli chiese da mangiare e fu condotto a un vicino ristorante dove poté consumare il suo pasto con tutta tranquillità: poi si tornava nella stanza del commissario e l’interrogatorio continuava.


Fu una lunga lotta. Se il dottor Parisi era paziente, il Gambarelli era testardo, tanto che ad un certo punto il più stanco dei due era il commissario: doveva far fatica a tenere gli occhi aperti, più d’una volta si addormentò un attimo e la testa gli cadde sulla scrivania.


Infine, il commissario decise di prendere l’assassino col sentimento. Il Gambarelli era stato in Russia ed era sfuggito per miracolo, con una marcia di 1500 chilometri sulla neve, alla morsa delle truppe sovietiche. Fu chiamato un altro reduce dalla campagna di Russia che gli rievocò quelle ore tremende, e il sacrificio di tanti commilitoni caduti lungo la strada: il Gambarelli si commosse. Allora il commissario gli disse a bruciapelo: “E la cagnetta, la povera Lola che da quando il suo padrone è morto piange sempre, come hai fatto a tenertela per sei anni vicino?”


Fu la fine. Come se si togliesse un peso dalla coscienza, un peso che lo aveva oppresso per sei anni, il Gambarelli raccontò tutto, con i più sottili dettagli.


Raramente un uomo ha saputo escogitare una messa in scena più diabolica. Cominciò in primavera. “Ma perché”, disse un giorno all’amico, “perché comperi le cartucce? Fattele da te, risparmi e sei sicuro di quello che c’è dentro”. Il Bergamaschi accettò il perfido consiglio e così firmò la sua condanna a morte. Per essere poi più sicuro di non essere sospettato, Ezio Gambarelli ebbe cura di far sapere a tutti che egli non voleva metter mano alla fabbricazione delle cartucce. Venuto poi il giorno stabilito, i due amici partirono in automobile per la grande ansa del fiume vicino a Calendasco. Lasciarono la macchina vicino all’argine e s'inoltrarono nella golena fitta d’alberi e di cespugli. “Senti”, disse dopo qualche minuto il Gambarelli all’amico, “ho dimenticato il fazzoletto in automobile, me lo andresti a riprendere?”


Il Bergamaschi acconsentì e se ne andò verso l’automobile lasciando a terra la cartucciera: il Gambarelli vi infilò allora prestamente una cartuccia carica solo di polvere, tre volte la dose di esplosivo che sta in una cartuccia normale. Poi, quando l’amico tornò, ripresero la loro battuta. Quando vide infilare la cartuccia mortale nella vecchia doppietta, si allontanò un poco dall’amico. Si alzò a volo un uccello e il Bergamaschi puntò il fucile e fece fuoco. L’arma gli scoppiò tra le mani.


Il Gambarelli ha detto che l’esplosione uccise subito l’amico, ma gli inquirenti ritengono che in realtà l’abbia soltanto ferito e che il colpo mortale gli sia stato dato con un colpo di pietra. Una perizia medica in corso chiarirà questo particolare che, se confermato, aggraverebbe la colpa dell’assassino.


Dopo aver confessato il suo crimine Ezio Gambarelli, a detta di quanti lo hanno potuto avvicinare, sembra più tranquillo, sollevato quasi da un segreto che lo opprimeva.


Resta ora da chiarire il movente. L’assassino ha detto che amava la moglie dell’ucciso e che sarebbe stato spinto al delitto da una furiosa gelosia, ma in realtà pare che le cose siano diverse. Bergamaschi e Gambarelli erano soci in affari, il primo si fidava ciecamente del secondo. Forse stava per venire alla luce qualche imbroglio e così il Gambarelli decise di compiere il suo “delitto perfetto”. Non abbastanza perfetto, però, perché la giustizia non l’abbia raggiunto, seppure a distanza di sei anni.


Articolo di Luigi Confalonieri da “Oggi” n. 42 del 17 ottobre 1957